IL BAMBINO, IL SENTIERO E I NIDI DI RAGNO: ovvero Italo Calvino e la lotta partigiana della Resistenza

“A ventitré anni Italo Calvino sa già che per raccontare non è necessario «creare i personaggi», bensì trasformare dei fatti in parole”. Con queste parole inizia il commento dello scrittore Cesare Pavese al primo romanzo scritto dal giovane Italo Calvino.

Il romanzo in questione è Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947 dalla casa editrice Einaudi e ambientato in Liguria durante la seconda guerra mondiale e la Resistenza partigiana.

Il sentiero dei nidi di ragno si inserisce pienamente nel filone letterario del Neorealismo, che per Calvino, fu “un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura”. Il romanzo può essere considerato neorealista sia per il tema trattato sia perché, come afferma lo stesso Calvino nella Presentazione dell’edizione definitiva del 1964, è “un libro nato anonimamente dal clima generale di un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale”. Lo scrittore sente la necessità di raccontare quello che è stato, poiché crede che “ogni volta che si è stati testimoni o attori di un’epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale”. E c’è inoltre la possibilità di ricominciare da zero e la volontà di ricostruire il mondo. Da qui nasce anche quella “smania di raccontare”, di esprimere, sé stessi e il mondo, di cui parla Calvino.

In tutto questo diventa di cruciale importanza la scelta del tema del romanzo, ovvero la lotta partigiana. Ma quello de Il sentiero dei nidi di ragno è uno sguardo nuovo, inedito, sulla Resistenza. Non ci sono i grandi personaggi della Storia, le gesta eroiche dei partigiani, gli scontri militari. Il punto di vista è diverso: la guerra e la Resistenza sono viste dagli occhi di un bambino, Pin. Egli vive in un mondo di grandi, di adulti, vede e vive cose che non sono per bambini. È un emarginato, un escluso, un reietto. Come scrive sempre Pavese, egli “non ha legge né madre, c’è la guerra, la gente si ammazza e non è colpa di Pin tutto questo”. Pin non centra nulla con la guerra, non fa la guerra, eppure vi è catapultato al suo interno, la guerra segna la sua vita. Perché in fin dei conti la guerra (la seconda guerra mondiale, la guerra civile, la lotta partigiana) ha segnato (spesso anche definitivamente) la vita di milioni di persone. E così, per usare le sue parole, Calvino scelse di raccontare “una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo”. Questa volontà di trattare il tema “di scorcio” deriva anche dalla vicenda biografica dell’autore, il quale, da giovane universitario di estrazione borghese, entrò nella Resistenza, per certi versi un altro mondo, vivendolo non da protagonista, ma da una posizione più defilata.

Ma di cosa parla di preciso Il sentiero dei nidi di ragno? Chiaro ed evocativo è il riassunto di Cesare Pavese, riportato qui sotto.

Un ragazzo del carrugio, sboccato e innocente, cencioso e maligno, fratello di una prostituta e ruffianello di tutti i volenterosi di passaggio, vien messo su contro i tedeschi e ruba a un marinaio, ch’è in camera con la sorella, la pistola. Tutto nasce di qua. Pin, che dei grandi si fa beffe, vuole tenersi la pistola e la nasconde tra i «nidi di ragno», un posto che sa lui. I tedeschi lo interrogano, lo mettono in carcere – una gran villa dentro un parco – , lui scappa col partigiano comunista Lupo Rosso, incontra il partigiano solitario Cugino, vanno insieme al campo del distaccamento tra i mondi, dove Pin conosce i tipi più strani, tutti storti, tutti tocchi – il distaccamento è fatto apposta per loro, compreso un comandante, il Dritto, che è svogliato e va cercando chi lo liberi o l’ammazzi. C’è il falchetto Babeuf, c’è la moglie del cuoco trotschista, ci sono i quattro calabresi. Il Dritto amoreggia con la moglie del cuoco, succede una disgrazia, prende fuoco il fienile, e devono dislocarsi. Dal comando di brigata interviene l’inchiesta: comandante Ferriera e commissario Kim. Intanto c’è il rastrellamento e tutti corrono a combattere, solo il Dritto non vuole saperne e resta nel mattino deserto, sotto gli occhi di Pin, a fare l’amore. I partigiani sgombrano la zona, il Dritto è chiamato senz’armi al comando per la resa dei conti, Pin scappa di nuovo in pianura, ai suoi nidi di ragno, donde Pelle, un partigiano traditore, gli ha intanto rubato la pistola marinara. Ma Pin la ritrova dalla sorella, le fa una scenataccia, e nella notte incontra di nuovo Cugino e se ne vanno insieme discorrendo sotto un brillìo di lucciole.


Momento importante e più “teorico” del romanzo Il sentiero dei nidi di ragno è la riflessione del comandante partigiano Kim. Il personaggio appare tardi sulla scena, di fatto solo la notte prima della battaglia, ma porta dentro la freddezza della guerra il bisogno di riflettere sulle profonde motivazioni che spingono entrambi gli schieramenti della guerra civile a combattere, entrambi convinti di essere nel giusto. Ma Kim ha ben chiara la differenza tra partigiani e fascisti, con la Storia dalla parte dei primi. Queste sono alcune delle sue parole:

Qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. […] Quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio […]. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro sé stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.

Ecco, Il sentiero dei nidi di ragno è un romanzo meraviglioso di Italo Calvino, un libro che parla della vita, della lotta partigiana e della Resistenza, che tratta un evento storico importante e cruciale per il nostro presente. Rileggere oggi Il sentiero dei nidi di ragno è ovviamente consigliato, una lettura adatta a tutte le età (anche perché, d’altronde, il protagonista Pin è un bambino), per sviluppare una riflessione su ciò che è stato, per ricordare, per pensare, per non dimenticare.

#25aprile con un libro