CRONACA DI ORE MEMORABILI: ovvero Dino Buzzati racconta la Liberazione sul “Corriere”


La mattina del 26 aprile 1945, l’editoriale di prima pagina sul Corriere, intitolato Cronaca di ore memorabili, riguardante i fatti del giorno prima, è affidato allo scrittore, giornalista, poeta, letterato Dino Buzzati, che scrive le parole riportate qui sotto.


Senza osare ancora crederlo, Milano si è risvegliata ieri mattina all’ultima giornata della sua interminabile attesa. Da alcuni giorni la grande speranza aveva acquistato una verosimiglianza meravigliosa, via via che sulla carta della Germania appesa negli uffici, nei tinelli di mille e mille case, le bandierine fatali si spostavano da una parte e dall’altra, in minacciose protuberanze, serrando sempre più la loro stretta.
Per vie misteriose, voci che dapprima parevano strane o pazzesche si spandevano per la città, accrescendo l’ansia della liberazione.

Sintomi decisivi

I molti scioperi in città e provincia dei giorni precedenti, eseguiti con disciplina e svoltisi per lo più senza reazioni o repressioni, già dicevano che molte cose erano cambiate e stavano felicemente sovvertendosi. Migliaia di partigiani — era ormai voce comune — erano concentrati in Milano e si disponevano a far sentire il peso delle loro armi. Il febbrile trambusto dinanzi alle sedi dei comandi tedeschi, tutti quegli autocarri carichi delle più strane cose che si lanciavano verso la periferia, quelle finestre che rimanevano sprangate, quei cavalli di frisia che le sentinelle più non vigilavano, erano altrettanti segni promettenti. Poi dicerie in senso opposto: Mussolini — dicevano — era in città in via Conservatorio, nell’antica sede dell’Opera Balilla e stava organizzando la resistenza a oltranza.
Sì — confermava un altro — anche i tedeschi stanno rinforzando le difese: poco fa avevano cominciato a costruire un nuovo ridottino in cemento armato in via Santa Margherita, presso il famigerato albergo Regina, sede di tante fosche verità e truci leggende. Meno male che un altro aveva poi visto gli stessi muratori abbandonare il lavoro, anzi livellare frettolosamente la buca aperta nel selciato.
Un vento quasi freddo ha svegliato ieri mattina la città. Si era detto la sera prima che all’indomani i tram avrebbero fatto sciopero. Sarebbe stato questo un segno ancor più eloquente della crisi. Per i milanesi le rotaie delle strade deserte hanno sempre avuto un significato decisivo. Voleva dire dunque che gli ottimisti avevano ragione. Ma alle orecchie ancora insonnolite saliva dalla via il caratteristico e stavolta non più amico rotolio di metallo. E le stesse sirene del piccolo allarme scandite con l’usata frequenza sembravano voler dire che niente era cambiato. Cominciava dunque ancora una giornata di guerra uguale a troppe altre, patite in una insofferenza crescente e quasi miseramente sprecate nel conto complessivo della vita?
Ma i volti degli armati fascisti — quanto più rari del solito — apparivano diversi dal solito, come svuotati i loro mitra, pur branditi con accentuata ostentazione con la canna orizzontale per rispondere a qualsiasi sorpresa, anziché forza dicevano smarrimento e incertezza.
E passavano rombando autocarri e autocarri tedeschi, cumuli di casse, di pacchi, di mobili, perfino di materassi con in cima la scorta armata. Sopra la cabina del conducente un soldato dalla faccia impenetrabile brandeggiava lentamente la mitragliatrice a destra e a sinistra, a titolo di avvertimento: ma era già lontano, scomparso in fondo alla via, una triste ombra dispersa. E di chi erano quelle belle automobili zeppe di valige e valigette, dal cui finestrino spuntava il nero becco di un’arma? A quale lungo viaggio si accingevano?
I tram, andavano ancora ma già si capiva che Milano aveva interrotto il lavoro: il fiato sospeso, essa sentiva il destino, accumulata in lunghi mesi una carica immensa, mettersi in moto alla fine e incalzare con ritmo sempre più precipitoso. L’organizzazione della riscossa, maturata nell’ombra rivelava all’improvviso le sue innumerevoli ramificazioni e la solidità della sua estesissima rete. Le parole d’ordine passate segretamente di bocca in bocca, di comitato in comitato, di azienda in azienda, trovavano immediata esecuzione.
Il movimento è cominciato a mezzogiorno. Le maggiori industrie sono in sciopero. Dovunque sono presenti i partigiani che spesso prendono la parola, festeggiatissimi, annunciando alle maestranze che l’ora della liberazione è venuta e incitandole a insorgere. Manifestazioni di solidarietà patriottica riuniscono così gli operati della Caproni, della Magnaghi, dell’Allocchio-Bacchini, dell’Isotta-Fraschini, della Galileo, della Salmoiraghi, della Salva e di moltissime altre fabbriche.
Anche donne «fuori legge» partecipano a queste adunate, con l’intrepidezza dimostrata del resto altre volte, in giornate e in occasioni ben più rischiose. Tra esse è la madre di due partigiani caduti che parecchi giorni fa, quando le maglie della vigilanza fascista non si erano per nulla allentate non aveva esitato ad accompagnare un gruppo di partigiani in vari stabilimenti all’ora della mensa, e a rivolgere ai lavoratori parole animatrici.

I Partiti sulla breccia

Questi scioperi, queste manifestazioni, non sono un segreto. I tedeschi lo sanno ma, impotenti di fronte a così vasta insurrezione, si trovano paralizzati; anche i fascisti lo sanno e vorrebbero intervenire. Ma come? Non è più un patriota isolato o un esiguo gruppo di generosi. Oggi è l’intero popolo che si risveglia. Echeggia qualche sparo, ma la compattezza delle maestranze ben presto scoraggia i «tutori dell’ordine» costringendoli alla ritirata. Alla Compagnia Generale d’Elettricità, dove un discorso del socialista Repossi, ex-deputato, suscita l’entusiasmo delle maestranze, perfino un dirigente tedesco dell’azienda — il cui padre fu ucciso per antinazismo a Berlino — si sente preso dal prorompere del comune sentimento e in atto di civile solidarietà è tra i primi ad affrontare e ad imporsi ai militi della «Resega» che tentavano un intervento.
Entrano, intanto, non più clandestinamente, in azione i partiti del Comitato di liberazione. In via Podgora, mentre ancora tedeschi e fascisti girano per la città comincia a funzionare la sede del partito socialista.
Anche i comunisti, i democristiani, i liberali, gli uomini del partito d’azione con le loro varie forze sono presenti in tutti i principali stabilimenti della periferia; i fiduciari delle diverse organizzazioni politiche inviano le masse lavoratrici a riprendere, ormai a viso aperto, la lotta liberatrice. Purtroppo ancora una volta benché non attaccati i fascisti non esitano a versare nuovo sangue innocente. In uno stabilimento un ufficiale di una banda di Mussolini fatta irruzione con un drappello armato là dove erano riuniti gli operai, fredda con una scarica di mitra un giovane e un altro che, rimasto ferito, gli si rivolge aprendo le braccia in un atto fiero, abbatte con una seconda raffica. Diversi operai sono rimasti pure feriti alla Miani-Silvestri, nel corso di un vero e proprio assedio intrapreso da una brigata nera: e sangue è pure corso alla Pirelli in via Fabio Filzi, in uno scontro tra operai e camicie nere accorse con pezzi d’artiglieria.
I segni del disfacimento delle forze tedesche e fasciste si moltiplicano. Autocarri germanici lanciati ormai in evidente fuga si fermano nelle vie per raccogliere all’ultimo momento soldati sparsi i quali se ne vanno così senza neppure lo zaino e gli effetti personali. Nembi di acre fumo si sprigionano dalle sedi più tristemente famose. I tedeschi dell’albergo Regina si affannano a incenerire carte troppo compromettenti; e il loro esempio è seguito dai comandi di porta Magenta e dagli uffici di Foro Buonaparte, all’ultimo atto della finale liquidazione. Pure i fascisti si preoccupano di non lasciare dietro di se prove eccessivamente eloquenti delle loro prodezze. Archivi vengono incendiati in Prefettura e in numerose sedi di gruppi rionali e di bande armate.

Attacco ai capisaldi

I tram ora sono fermi. Le vie si fanno a poco a poco sempre più deserte e cresce il silenzio delle grandi aspettazioni. Dinanzi alle saracinesche semiabbassate, ai portoni mezzo chiusi, si formano gruppetti di persone dall’aria un po’ stranita che si guardano intorno. Una fucilata suona secca e solitaria nel pomeriggio già estivo. Poi una lunga scarica di mitra. Comincia la battaglia? Si apre l’ultimo sanguinoso atto del dramma? Ma il silenzio ritorna. Con un crescente sollievo la città vede passare le ore senza che si scateni la lotta. La partita non si deciderà dunque a Milano? No, la partita è già stata decisa; e non solo sui fiammeggianti campi di battaglia tra i biondi guerrieri della Russia e su quello italiano: ma anche qui in Milano nell’eterno anno e mezzo di attesa la sorte è stata decisa per opera del popolo stesso, unanime nel desiderio e nell’ansia, attraverso l’ancora oscuro travaglio e sacrificio di molte migliaia di cittadini che a rischio di carcere, di deportazione, di supplizi e di morte non si sono stancati di spandere la semente.
Scese le ombre della sera, le sparatorie si sono riaccese. Armati fascisti sparsi qua e là, prima di riguadagnare i rispettivi rifugi, vanno sprecando le munizioni in inconsulte raffiche, lo smarrimento e i timori facendo loro apparire immagini minacciose ciò che in genere non erano altro che pacifici cittadini attardatisi fuori di casa. Parecchie decine di persone, colpite all’improvviso e senza motivo da questi spari, hanno dovuto essere così trasportate ai vari ospedali cittadini.
Ma intanto le forze dell’Armata della liberazione passavano decisamente all’azione attaccando, prima che sorgesse l’alba, i capisaldi fascisti che nei vari quartieri dimostravano velleità di resistenza. Mentre andiamo in macchina i combattimenti continuano.
Nelle primissime ore di stamane i reparti partigiani hanno già occupato la Prefettura, la sede dell’Eiar l’ufficio della Questura centrale e i Commissariati di polizia.

#25aprile con un articolo di giornale