Dal 3 al 25 ottobre 2020 si è svolta la 103^ edizione del Giro d’Italia, che ha visto la vittoria finale del ciclista inglese della Ineos, Tao Geoghegan Hart.

Nelle righe qui sotto raccolgo dieci personali riflessioni su questo Giro d’Italia, su quello che è successo, su chi ha vinto, chi ha perso, i ciclisti italiani, ma anche sul ciclismo italiano (e mondiale).


1 – UN GIRO STRANO

Un Giro d’Italia così, io credo, non l’ho mai visto. E quando dico “così” intendo così bello e brutto contemporaneamente, così avvincente e noioso allo stesso tempo, così imprevedibile, così strano. Sì, è stato un Giro d’Italia 2020 davvero strano, particolare, come strano e particolare è l’anno e il tempo che stiamo vivendo. E indubbiamente il Giro ha risentito di questo. Una collocazione nell’anno ciclistico diversa dal solito (non senza qualche aspetto negativo: si veda il punto 10) e conseguentemente una diversa preparazione dei corridori e un diverso meteo rispetto agli anni precedenti hanno contribuito a rendere ancor più strano e particolare questo Giro e a determinarne, per certi versi, anche l’esito.

Un Giro a tratti noioso, più che altro per quanto riguarda lo scontro tra i big della generale, soprattutto in tappe come ad esempio quella con arrivo a Madonna di Campiglio, dove ci si aspettava di più, qualche attacco, e invece ha prevalso il controllo tra i ciclisti. Un Giro a volte noioso perché spesso nel ciclismo di oggi il gruppo ha la meglio sulla fuga, perché sono sempre meno gli attacchi da lontano, prevale la tattica, perché non c’è più il ciclismo di una volta (si veda il punto 7).

Ma un Giro sicuramente avvincente per quanto riguarda le ultime tappe, in particolar modo quella dello Stelvio e quella del Sestriere (che di fatto hanno rivoluzionato in maniera decisiva la classifica generale). Un Giro che ci ha lasciati col fiato sospeso davvero fino all’ultimo metro, fino all’ultimo secondo. Non era mai successo prima nella storia che in uno dei tre Grande Giri il primo e il secondo in classifica arrivassero a disputare l’ultima tappa con lo stesso tempo. Che dopo più di 3300 kilometri percorsi e 20 giorni di gara, ci si giochi tutto negli ultimi 15 kilometri, tra l’altro a cronometro, è stato qualcosa di meraviglioso e avvincente, che ha reso indubbiamente bello (agli occhi di tutto il mondo) questo strano Giro d’Italia 2020.

Un Giro strano perché ci si aspettava ben altri vincitori, perché i favoriti erano altri, perché nessuno alla vigilia avrebbe mai scommesso un centesimo sul ciclista che poi ha vinto. Un Giro strano perché non eravamo abituati a vedere questo meteo sulle strade del Giro, perché non avevamo mai visto le foglie morte, tipicamente autunnali, in strada. Un Giro strano perché non si sapeva nemmeno se si sarebbe riusciti ad arrivare a Milano.

Un Giro d’Italia 2020 davvero strano, ma anche per questo molto bello.


2 – CHI HA VINTO (E PERCHÉ)

L’imprevedibilità di questo Giro riguarda anche il vincitore finale. Che poi, a dire la verità, ha vinto il team favorito alla vigilia, quindi per certi versi è andato come da pronostico. La novità è che ha vinto un corridore che nessuno si sarebbe aspettato (e a dire la verità nessuno si sarebbe aspettato nemmeno il resto del podio).

La bravura, l’intelligenza, la forza e il coraggio di Tao Geoghegan Hart  nel cercare di andare a vincere questo Giro 2020 negli ultimi giorni sono stati direttamente proporzionali alla (nostra) difficoltà di scrivere e pronunciare bene il suo cognome. Tanto di cappello e super complimenti al giovane inglese del Team Ineos, che da vero outsider ha vinto questo Giro battendo sia ciclisti ben più esperti (come Nibali o Fuglsang) sia ciclisti più giovani (come Hindley o Almeida).

Ma come ha fatto a vincere Tao Geoghegan Hart? Anzitutto, ovviamente gran parte del merito della sua vittoria (come è spesso inevitabile in un Grande Giro) è della sua squadra (ma su questo ci torniamo dopo, al punto 6).

Al di là della cronometro finale di Milano, le tappe che hanno segnato la vittoria di Tao sono state 3: quella con arrivo a Piancavallo (dove è arrivato primo), quella dello Stelvio (dove è arrivato secondo) e quella con arrivo al Sestriere (dove ha di nuovo vinto). Prima di quelle tappe il corridore britannico era addirittura fuori dalla top-10: aveva accumulato un ritardo di 3’44” dalla Maglia Rosa Almeida, 2’48” da Kelderman e 11” da Hindley. Nello specifico, nel confronto con il duo della Sunweb, Tao aveva perso 49” a Palermo, 56” sull’Etna, e guadagnato 19” a Roccaraso e ben 1’15” a Valdobbiadene, rispetto a Hindley, e aveva perso 36” a Palermo, ben 1’54” sull’Etna, 37” a Valdobbiadene, e guadagnato 19” a Roccaraso, rispetto a Kelderman.

Con la vittoria a Piancavallo (e i relativi abbuoni) Geoghegan Hart ha guadagnato secondi preziosi sui due Sunweb e indubbiamente tanto su tutti gli altri big, entrando prepotentemente in corsa per la vittoria finale. Il forte ritmo sullo Stelvio e poi sul Sestriere, lo staccarsi di Kelderman, la difficoltà di Hindley di attaccare e fare la differenza, hanno poi fatto il resto, consegnando a Tao la possibilità di giocarsi (da super favorito) la vittoria del Giro nella crono finale.

Sia chiaro, la vittoria di Tao Geoghegan Hart è una vittoria meritata. È una vittoria del singolo, che ha dimostrato di andare più forte dei rivali in salita, ed è una vittoria della squadra, che ha dimostrato di essere la più forte.





3 – CHI HA QUASI VINTO

Certo, per come sono andate le cose, Kelderman e Hindley escono sconfitti da questo Giro d’Italia 2020 che avevano praticamente in mano nel finale (e in linea teorica meriterebbero di essere annoverati tra “chi ha perso” del punto 4), ma in verità hanno fatto qualcosa di straordinario arrivando entrambi sul podio. Alla vigilia forse nessuno avrebbe mai scommesso che uno dei due sarebbe arrivato nella top-5. Eppure sono arrivati rispettivamente 3° e 2°, a dimostrazione della bravura loro e della loro squadra. È vero che alcuni tra i più forti e favoriti si sono persi per strada, chi per sfortuna, chi per il Covid, è vero che altri forti e favoriti hanno pagato sulle salite, tra le altre cose, una forma fisica segnata da una preparazione non ottimale, ma Kelderman e Hindley sono arrivati dove sono arrivati anche per meriti loro. Kelderman ha saputo guadagnare sui diretti avversari in tappe come quella sull’Etna, quella di Roccaraso o la crono di Valdobbiadene. Hindley ha fatto la differenza nelle tappe finali in salita, riuscendo a star dietro al formidabile duo della Ineos, Dennis e Geoghegan Hart.

E possiamo considerare un quasi vincitore anche Almeida. Non si indossa la Maglia Rosa per 15 giorni di fila per fortuna o per casualità, vuol dire che comunque si è forti. Nonostante i 22 anni di età e la prima partecipazione ad un Grande Giro, il portoghese non ha certamente sfigurato e porta a casa una meritata top-5. È stato il più veloce dopo Ganna nella cronometro di apertura (Monreale – Palermo), nella 4^ tappa (Catania – Villafranca Tirrena) ha guadagnato due secondi grazie allo sprint sul traguardo volante, a Camigliatello Silano (5^ tappa) e Tortoreto Lido (10^ tappa) si prende 4” di abbuono per il terzo posto, a Monselice (13^ tappa) va addirittura a giocarsi la vittoria in volata arrivando secondo per pochi centimetri, ma guadagnando 6” di abbuono, nella cronometro di Valdobbiadene (14^ tappa) guadagna (e non poco) su tutti gli altri big della generale, a Piancavallo (15^ tappa) perde terreno ma resiste e riesce a mantenere la Maglia Rosa per 15”, il giorno dopo a San Daniele del Friuli (16^ tappa) addirittura scatta a poche centinaia di metri dal traguardo guadagnando 2” sui rivali, si difende anche a Madonna di Campiglio (17^ tappa).



4 – CHI HA PERSO

Era un Giro d’Italia con un vincitore già annunciato, con un super favorito per la vittoria finale, o se vogliamo con alcuni favoriti principali. Si parlava anzitutto di Geraint Thomas, e si parlava di Simon Yates, ma si parlava anche dei vari Kruijswijk, Fugslang, Mayka, Nibali, eccetera eccetera. Tutti corridori che, per un motivo o per un altro, non sono riusciti a vincere.

Il vincitore annunciato era il capitano della Ineos, Geraint Thomas. E probabilmente è stato anche il più sfortunato di quelli sopra menzionati. Tra l’altro, due volte su due il suo Giro d’Italia è finito anzitempo per cadute tanto sfortunate quanto insensate: nel 2017 lo scontro con una moto della Polizia, nel 2020 una borraccia in mezzo alla strada durante il trasferimento verso il kilometro zero.

L’altro colpo di scena che interessa un altro favorito, ovvero Simon Yates (Mitchelton-Scott), arriva nello stesso giorno della caduta di Thomas, nella tappa dell’Etna. Si attarda, perde minuti importanti, li perde anche nei giorni successivi. E poi alla fine prende anche il Covid ed è così costretto a lasciare definitivamente la Corsa (cosa che poi farà anche tutta la sua squadra, proprio causa Covid). Ma diciamoci la verità: è da tempo che Yates arriva al Giro e a questi appuntamenti importanti da favorito, dando l’aria di essere favorito, quasi “atteggiandosi” e dichiarando di essere favorito, salvo poi essere smentito dal duro verdetto della strada. E di fatto in carriera su 10 partecipazioni ai Grandi Giri è salito sul podio una sola volta, quando ha vinto la Vuelta nel 2018 (il secondo risultato migliore è stato un 6° posto, sempre alla Vuelta, nel 2016).

Altro big colpito dal Covid, e costretto a lasciare anticipatamente la Corsa, è stato Steven Kruijswijk (Team Jumbo-Visma). Mentre altri che ci si aspettava potessero vincere o che comunque potessero salire sul podio erano Fugslang e Nibali, ma così non è stato, per svariati motivi (di cui si parlerà al punto 5, al punto 6 e al punto 8).


5 – L’ERA DEI GIOVANI

Una delle certezze che ci ha lasciato questo Giro d’Italia 2020 è che è definitivamente iniziata una nuova era. È l’era dei giovani, di nuovi campioni. L’abbiamo visto l’anno scorso, quando Egan Bernal (22 anni l’anno scorso) ha vinto il Tour, e l’abbiamo visto ancor di più quest’anno, con la vittoria al Tour di Tadej Pogačar (22 anni compiuti proprio il giorno dopo la fine del Tour, secondo vincitore più giovane di sempre) e con la vittoria appunto al Giro di Tao Geoghegan Hart (25 anni).

Che sia l’era dei giovani l’ha dimostrato plasticamente l’edizione appena conclusa del Giro d’Italia: ha vinto un ragazzo di 25 anni, è arrivato secondo un ragazzo di 24 e per 15 giorni consecutivi la Maglia Rosa è stata vestita da un ragazzo di 22 anni.

Tutti risultati che indubbiamente non arrivano in modo casuale o per pura fortuna, questo va detto. Ma altrettanto indubbiamente quest’anno la pandemia e la conseguente modifica dei calendari delle corse a tappe e della rimodulazione della preparazione per i vari ciclisti ha alterato l’esito di questo Giro d’Italia.

Si è corso in un momento dell’anno inusuale, con un notevole cambiamento dal punto di vista climatico, e soprattutto nessun ciclista ci è arrivato con la preparazione che voleva e pensava. Ma ciò ha gravato maggiormente sui ciclisti più “anziani”, come ad esempio Nibali, mentre ha colpito di meno i più giovani, che fisicamente riescono ad essere più pronti, a raggiungere la forma fisica giusta, in meno tempo. Il fisico di un 36enne ha indubbiamente bisogno di una preparazione diversa rispetto al fisico di un 22enne: arrivare a disputare il Giro di quest’anno con una preparazione diversa e inferiore rispetto agli anni scorsi è stato difficile e ha “compromesso” per certi versi la prestazione dei corridori più “anziani”.

Insomma, è l’era dei giovani. E sono tutti giovani che debuttano presto e soprattutto vincono presto, alle primissime partecipazioni ai Grandi Giri: Bernal ha vinto il Tour alla sua seconda partecipazione, Pogačar alla prima, Geoghegan Hart era la seconda volta che partecipava al Giro. È l’era dei giovani, ok. Ma quanto dureranno? Riusciranno a vincere ancora tante altre volte nei prossimi anni? Il primo caso che viene in mente a tutti è forse quello di Bernal, vincitore l’anno scorso al Tour de France, ma che quest’anno ha faticato tantissimo nella corsa francese, decidendo poi di ritirarsi. È un caso limite, sicuramente Bernal ha davanti a sé un futuro importante dal punto di vista ciclistico, ma è già qualcosa.

Il confronto con i grandi nomi del ciclismo contemporaneo è inevitabile. Anzitutto i due forse più importanti degli ultimi anni, e ancora in attività: Vincenzo Nibali (classe 1984) e Chris Froome (classe 1985). Entrambi hanno esordito in un Grande Giro all’età di 23 anni (Giro 2007 per l’italiano, Tour 2008 per l’inglese) ed entrambi hanno ottenuto la loro prima vittoria a 26 anni (entrambi alla Vuelta: rispettivamente 2010 e 2011). Nibali ha poi vinto il primo (e finora unico) Tour a 30 anni (alla quarta partecipazione), mentre Froome il primo l’ha vinto a 28 (alla terza partecipazione). La loro (per ora) ultima vittoria in un Grande Giro l’hanno ottenuta rispettivamente a 32 e 33 anni di età (Giro 2016 e Giro 2018). Nibali e Froome hanno ora rispettivamente 36 e 35 anni di età e sono ancora ad alti livelli (sicuramente i migliori i circolazione della loro generazione). Un altro esempio di longevità è sicuramente lo spagnolo Alejandro Valverde (classe 1980), che ha esordito in un Grande Giro (Vuelta 2002) all’età di 22 anni, mentre la prima (e unica) vittoria (Vuelta 2009) è arrivata a 29 anni. Ma soprattutto Valverde ha vinto anche un Mondiale, a ben 38 anni di età, ed è tuttora in attività (a 40 anni di età) ancora a buoni livelli.

Non si vuole qui fare un confronto tra generazioni diverse di ciclisti, i tempi cambiano, le preparazioni fisiche e sportive sono diverse rispetto ad anni fa, e sono diversi anche i percorsi delle corse a tappe. Semplicemente si vuole capire se davvero questi giovani che oggi vincono tanto poi riescano davvero a mantenersi ad alti livelli oppure no, se siano “sfruttati” dalle squadre, “bruciati” dalle squadre. Le potenzialità di continuare a vincere ci sono: lo stesso Pogacar ad esempio l’anno scorso è arrivato terzo alla Vuelta e quest’anno primo al Tour.

In ogni caso, probabilmente, è in corso di svolgimento un cambiamento generazionale nel mondo dei grandi Giri del ciclismo mondiale. Per i più romantici e sentimentali si dirà “purtroppo”. E forse è così. È iniziata l’era dei giovani, di nuovi ciclisti che infiammeranno le corse da tappe dei prossima. Cosa succederà? Chissà!? Staremo a vedere, ma sicuramente ne vedremo delle belle.


6 – UNA BUONA SQUADRA CONTA

È vero, essere forti singolarmente è indubbiamente importante. Ma, in una corsa a tappe, quello che davvero conta (quasi) sempre è la squadra, una buona squadra. Tralasciando il caso Pogacar di quest’anno al Tour (per cui vale quel “quasi” tra parentesi), guardando le varie vittorie ai Grandi Giri, hanno sempre vinto squadre solide, forti, probabilmente le più forti in quel momento.

Un esempio su tutti è certamente la Sky (poi Ineos), capace di vincere 7 Tour de France in 8 anni dal 2012 al 2019 (l’unica persa fu nel 2014 quando vinse Nibali). Ma ne è un esempio anche l’Astana di Contador prima e di Nibali poi.

Ma prendiamo in considerazione per ora solo il Giro di quest’anno.

Quello che bisogna dire è che ha certamente vinto la squadra più forte, quella che ha dimostrato nei fatti di essere la più forte. Su 21 tappe il Team Ineos ne ha vinte 7, ovvero un terzo del totale (Filippo Ganna nelle tre cronometro e a Camigliatello Silano, Jhonatan Narváez a Cesenatico, Tao Goegan Hart a Piancavallo e a Sestriere), a cui si aggiungono 4 secondi posti (Salvatore Puccio a Vieste, Jonathan Castroviejo a Roccaraso, Rohan Dennis nella cronometro del Prosecco, Tao Geoghegan Hart nella tappa dello Stelvio) e 2 terzi posti (Rohan Dennis sul Sestriere e nella cronometro finale di Milano).

Che dire del Team Ineos?



Ma non c’è stata solo la Ineos a questo Giro. Anche la Deceunquik – Quik Step ha dimostrato di essere forte e solida: più volte ha saputo tenere sotto controllo la Corsa e “proteggere” il suo capitano Almeida, ed è riuscita (meritamente) a mantenere la Maglia Rosa per 15 tappe di fila (oltre i due terzi del totale). Ha cercato di azionare i ventagli, ha fatto spesso un ritmo sostenuto, ha portato Almeida a giocarsi una vittoria di tappa in volata, ha portato un gregario (l’italiano Fausto Masnada, di cui si parlerà meglio nel punto 9) nella top-10 finale del Giro e ha portato a casa un 4° posto in classifica generale (con Almeida).

Ci sono anche esempi in negativo che dimostrano l’importanza che ha una buona squadra nell’ottenere un buon successo finale: ne possiamo trovare almeno due, e sono l’Astana e la Trek-Segafredo.

Fugslang era venuto in Italia per vincere, o quantomeno per salire sul podio a Milano. Così non è stato, e probabilmente non è solo colpa sua, della sua età e della sua preparazione (vedi punto 5), ma “colpa” della squadra. “Colpa” va tra virgolette, perché c’entra molto la sfortuna. L’Astana aveva come validissimi gregari Miguel Angel Lopez e Alexander Vlasov: il primo si è fatto male nella cronometro inziale e ha abbandonato la corsa in ambulanza, il secondo ha dovuto abbandonare durante la seconda tappa a causa di problemi intestinali.

Anche Nibali ha partecipato al Giro per vincere, o quantomeno per salire sul podio finale. Questo non è successo, e probabilmente anche in questo caso non è solo colpa del singolo atleta, e via dicendo. Infatti anche qui c’entra la squadra, e ancora una volta c’è di mezzo la sfortuna. Indubbiamente il livello della Trek non era così elevato quanto quello di altri team, ma l’abbandono di Ciccone (tra l’altro da poco uscito da settimane con il Covd), di Brambilla e Wellins…. hanno inciso sulla prestazione della squadra e del risultato finale del proprio capitano (7° posto in classifica generale per Nibali, di cui si parlerà meglio al punto 8).

Per dire, se Fugslang avesse avuto Lopez o se Nibali avesse avuto Ciccone, sulla salita del Piancavallo o su quella dello Stelvio, probabilmente non avrebbero perso così tanto terreno rispetto agli altri.

E per certi versi è quello che è successo anche con Kelderman: avesse avuto un uomo al suo fianco (magari proprio Hindley) sullo Stelvio e sul Sestriere, probabilmente alla fine della fiera l’avrebbe vinto lui il Giro. E qui entra in gioco anche la tattica della squadra. Perché una buona squadra non è solo composta da chi va in strada, dagli otto ciclisti in gara, ma anche da chi sta dietro, chi fa le tattiche, le strategie, i direttori sportivi. Col Probabilmente aver lasciato andare Hindley sia sullo Stelvio sia sul Sestriere e aver di fatto abbandonato a se stesso Kelderman è stata una strategia sbagliata della Sunweb, che per quanto si è dimostrata forte e solida sulla salita di Piancavallo ha poi fatto scelte strane nelle tappe successive. Certo, c’è da tenere conto che Kelderman l’anno prossimo va alla Bora, mentre Hindley è più giovane e starà ancora degli anni alla Sunweb, ma era un rischio puntare su Hindley in quei momenti (Stelvio e Sestriere), un rischio che non ha ripagato. Lo diciamo con il senno del poi, è vero, ma si era capito anche in diretta. Non si abbandona il proprio capitano, tra l’altro anche in Maglia Rosa. Non lo si abbandona, anche perché è dura fare le salite completamente da solo, è difficile sia dal punto di vista fisico (perché si fa più fatica) sia dal punto di vista psicologico.

Insomma, una buona squadra conta, fa la differenza, per riuscire a vincere una corsa a tappe. Questo anche per un motivo particolare, forse curioso, che trattiamo nel punto successivo, il 7.


7 – NON C’È PIÙ IL CICLISMO DI UNA VOLTA

Chi scrive è abbastanza giovane, e comunque non c’era o era davvero troppo piccolo quando grandi nomi del ciclismo compivano grandi imprese sulle salite storiche del Giro d’Italia o del Tour de France. Ma per fortuna esiste Internet e la possibilità di vedere e rivedere i video di quelle imprese. Penso ad esempio alle imprese storiche di un mito come Marco Pantani. E poi, a dire la verità, di imprese ce ne sono state anche in tempi recenti (e lo stesso Nibali ne ha fatte).

Ecco, oggi questo ciclismo più romantico, fatto di azioni epiche e coraggiose, forse non esiste più. Non c’è più il ciclismo di una volta, quello fatto di imprese solitarie, di grandi corridori che infiammano i cuori. Ora c’è solo molta tattica, ricerca della strategia perfetta e continui tentativi di far stancare gli altri.

Mi ricordo (molto nostalgicamente) che in passato si vedevano spesso attacchi da lontano da parte dei big, che prendevano, partivano da soli, staccavano gli altri e magari andavano a vincere la tappa. Un esempio recente su tutti che mi viene in mente è il Giro d’Italia 2018, quando Froome (con un notevole distacco in classifica generale), alla 19^ tappa, attacca sul Colle delle Finestre, va a stravincere la tappa dopo una fuga solitaria di oltre 80 km, e si prende il Giro.

Lo schema del ciclismo moderno sembra più quello che vede una squadra forte al comando, che fa un’andatura molto sostenuta, nel tentativo di stancare e far staccare i diretti avversari del proprio capitano, poi gli altri pian piano si staccano uno alla volta, finché non rimangono pochissimi o solo il big di quella squadra.

Sembra quasi che non vinca il più coraggioso, il più eroico, il più forte, ma quello che si stanca di meno, quello che riesce a resistere di più. E per questo oggi conta davvero tanto avere una buona squadra (si veda il punto 6), dove i gregari uno a uno si danno il cambio davanti per fare l’andatura e far staccare avversari nelle retrovie. E solo alla fine, solo all’ultimo, quando sono finiti i gregari, entrano in gioco i capitani, i big. Squadre forti e strategie del genere c’erano anche in passato, questo è vero, ma in modi diversi, meno sistematici, meno determinanti, rispetto ad ora.

Prendiamo ad esempio il Giro di quest’anno, nello specifico le tappe di Piancavallo, Stelvio e Sestriere. Lo schema è stato il seguente: la squadra che vuole attaccare si mette davanti al gruppo fin dall’inizio della salita e comincia a fare un’andatura sostenuta, dalle retrovie del gruppo si staccano in molti e in gruppo rimangano solo i big (alcuni con i propri gregari), i gregari della squadra davanti fanno il ritmo e una volta esaurito lo sforzo danno il cambio al gregario successivo, nel frattempo da dietro i big iniziano a staccarsi uno a uno, e alla fine rimangono solo il capitano della squadra all’attacco, il suo gregario più forte e il capitano della principale squadra avversaria (e forse un suo gregario).

È quello che è successo a Piancavallo dove al traguardo sono arrivati per primi Kelderman (capitano della squadra che aveva sferrato l’attacco e tenuto alto il ritmo da diversi kilometri), Hindley (gregario più forte di Kelderman) e Goeghan Hart (capitano della principale squadra avversaria). Ed è quello che è successo nella tappa dello Stelvio e del Sestriere, dove al traguardo sono arrivati per primi Goeghan Hart (capitano della squadra che aveva sferrato l’attacco e tenuto alto il ritmo da diversi kilometri), Dennis (gregario più forte di Goeghan Hart) e Hindley (nuovo capitano della principale squadra avversaria).

Con queste strategie, con queste squadre davvero forti, è difficile che il singolo riesca a fare la differenza, soprattutto se va più lento dei principali big. È quello che è successo a Nibali, Fugslang, Majka, Bilbao, Pozzovivo, che pian piano uno a uno si sono staccati sulle salite finali.


8 – VINCENZO NIBALI, UN CAMPIONE, UN EROE

Nel 2020, nonostante i suoi 36 anni di età, l’italiano più forte nei Grandi Giri è ancora lui, Vincenzo Nibali. Il più forte degli italiani, ma anche tra i più forti in generale in classifica.

Va detto (e lo ha detto anche lui): il suo Giro 2020 non è andato come sperato. Perché un corridore come Nibali se va al Giro (o in generale anche ad una corsa a tappe) ci va per vincere, o almeno per salire sul podio. Ed è quello che gli sempre successo, al Giro d’Italia, dal 2010 all’anno scorso (6 podi, di cui 2 primi posti, 2 secondi posti, 2 terzi posti).

Ogni risultato inferiore al podio è sempre un risultato negativo. Quello che va detto però (e che ha detto anche lui) è che indubbiamente è stato un Giro finito peggio delle aspettative, se si guarda al risultato finale, ma corso comunque come gli anni scorsi, se si guarda ai tempi di percorrenza ad esempio della salita di Piancavallo o di quella dello Stelvio (dove Nibali si è staccato dai migliori). In dati parlano chiaro. Ad esempio, il tempo di scalata della salita di Piancavallo di quest’anno è stata di 39’20”, solo 13” rispetto ai 39’07” del Giro 2017 quando Nibali arrivò al traguardo insieme a Quintana e inflisse oltre 1 minuto a Dumoulin (il quale avrebbe poi vinto quel Giro). La verità è che Nibali va ancora come gli anni scorsi, ma semplicemente ci sono altri (o perlomeno ci sono stati altri a questo Giro) che vanno più veloci, più forte.

E una cosa bisogna dirla: Nibali non è arrivato a questo Giro con la preparazione giusta, a causa della pandemia e della conseguente rimodulazione e cancellazione degli appuntamenti del calendario ciclisti 2020. Come si diceva al punto 5: i più giovani ci mettono meno tempo per entrare nella forma giusta per essere più competitivi. A 36 anni invece c’è bisogno di una preparazione diversa, mirata, pensata minuziosamente, con i tempi giusti, e in generale si fa più fatica ad essere super pronti subito.

La speranza, per il futuro di Nibali, è che la stagione 2021 possa essere più o meno normale, con la possibilità di allenarsi dall’inizio dell’anno costantemente, con la possibilità di fare la giusta preparazione, con gli eventi che seguono il calendario prestabilito e per cui ci si è preparati, e poi arrivare nella migliore forma possibile agli appuntamenti cerchiati in rosso, che saranno sicuramente le Olimpiadi di Tokyo e probabilmente il Giro d’Italia.



9 – IL FUTURO INCERTO DEL CICLISMO ITALIANO

Tutto quello che riguarda la vicenda di Vincenzo Nibali, nel bene e nel male, influisce inevitabilmente sul ciclismo italiano, se non altro sul ciclismo delle grandi corse tappe, degli appuntamenti più importanti e seguiti.

Ebbene, il dopo-Nibali nel ciclismo italiano è un vuoto pressoché totale. Non si vedono all’orizzonte grandi corridori italiani che possano giocarsi il podio in un Grande Giro. Fabio Aru sembrava poter raccogliere il testimone dello Squalo, ma così non è stato, per svariati motivi, (fisici, psicologici, sportivi).

Per ora, il presente e il futuro del ciclismo italiano nei Grandi Giri è probabilmente il raggiungimento di top-10. Ne sono la dimostrazione quest’anno il 10° posto di Caruso al Tour di quest’anno e il 9° posto di Masnada al Giro di quest’anno (e di fatto anche il 7° posto di Nibali). Indubbiamente un buon risultato, ma appunto “solo” top-10, non podio, non vittoria finale.

La dimostrazione plastica del fatto che il ciclismo italiano di oggi abbia una certa età arriva, ad esempio, dai grandi nomi italiani che hanno lottato per posizioni importanti a questo Giro d’Italia 2020. Si tratta di Vincenzo Nibali (arrivato 7° in classifica finale), Domenico Pozzovivo (a lungo in top-10, poi arrivato 11° in classifica generale) e Giovanni Visconti (primo nella classifica GPM, ma poi costretto ad abbandonare la corsa per un problema fisico). Ecco, Nibali ha 36 anni, Pozzovivo ne ha 38 e Visconti 37.

Poi è vero, c’è anche Diego Ulissi, che in questo Giro ha vinto 2 tappe, ma anche lui ha 31 anni. E corre per vincere le tappe, non per la classifica generale.


Poi, è vero, c’è anche Filippo Ganna, che a questo Giro ha collezionato 4 meravigliose vittorie di tappa. Ecco, Ganna indubbiamente ci regalerà ancora tante altre soddisfazioni, ma rimane prima di tutto un (fortissimo) cronoman e un gregario per quello che probabilmente è il team più forte del mondo. Potrà forse vincere in futuro un Grande Giro?  In molti se lo sono chiesti e molti ne hanno parlato, aprendo anche a questa possibilità. Ma a certe condizioni. Infatti dovrà prepararsi nei modi giusti, facendo importanti sacrifici e probabilmente diventando meno forte a cronometro. E in ogni caso servirà una corsa a tappe con tanti kilometri a cronometro, con non tante montagne difficili: in tal caso potrebbe guadagnare tanto nelle cronometro, amministrare il vantaggio nelle tappe di facile e media difficoltà e poi contenere i danni nelle tappe in salita, magari con l’aiuto di una grande squadra (cosa che per il momento ha).

C’è un precedente molto recente, che lascia ben sperare: Bradley Wiggins. Super campione su pista, più volte oro olimpico nell’inseguimento, velocissimo a cronometro, il britannico è riuscito a vincere il Tour de France 2012, grazie alla giusta (e lunga) preparazione e al fortissimo Team Sky (vincendo poi successivamente anche l’oro olimpico e i Mondiali su strada nella prova a cronometro). Sono solo elucubrazioni così, forse campate in aria, ci sono ancora tanti anni davanti. Probabilmente Ganna è più da classica, da Parigi-Roubaix.



Al di là di tutto questo, rimane il fatto che il futuro del ciclismo italiano, per quanto riguarda la vittoria delle grandi corse a tappe, appare oggi molto buio.


10 – L’ORGANIZZAZIONE, LE PROTESTE, L’UCI, IL CALENDARIO

Ultima breve riflessione sui fatti più legati all’organizzazione. Anzitutto quella del Giro d’Italia: organizzare un Giro in queste condizioni, nel bel mezzo di una pandemia, durante la seconda tremenda ondata, in un periodo dell’anno diverso dal solito, con un meteo non sempre belle, e riuscire ad arrivare al termine, nonostante tanti ostacoli e problemi durante il percorso, è qualcosa di straordinario. Il disegno del percorso è stato davvero bello e le ultime tappe di montagna hanno riservato momenti avvincenti e vari colpi di scena, che hanno regalato uno spettacolo ai tanti spettatori (e sicuramente se la penultima tappa si fosse corsa come programmato sarebbe stata ancora più avvincente e con più colpi di scena).



Momento per niente bello è stato quello successo alla terzultima tappa, con la ben nota protesta dei ciclisti. Un conto è stare dalla parte dei ciclisti, un altro è fomentare queste insensate proteste. Si sapeva da mesi che quella tappa sarebbe stata così lunga, si sapeva da tempo che quel giorno probabilmente avrebbe piovuto, in molti (come ha detto ad esempio Nibali) si sono preparati la sera prima e la mattina stessa per fare quel tipo di tappa con quel meteo. Ha ragione chi dice che i ciclisti alla mattina sono facilmente manipolabili, perché probabilmente è andata proprio così. L’organizzazione del Giro ha dovuto cedere ad un ricatto inevitabile, ma il ciclismo mondiale ne esce davvero male, a pezzi: una brutta figura, ma non del Giro, bensì del mondo del ciclismo. I ciclisti sono eroi, che corrono quando c’è un caldo torrido, quando c’è un vento fortissimo, quando c’è una pioggia battente, addirittura quando nevica. Non può non venirmi in mente la vittoria di Nibali sotto una bufera di neve sulle Tre Cime di Lavaredo al Giro del 2013. Va beh, lasciandoci alle spalle questa polemica, sono state anche per nulla belle le dichiarazioni di corridori e team che hanno invocato sospensioni anticipate del Giro, ma va beh, sorvoliamo anche su questo.

Concludiamo con una piccola nota sull’organizzazione generale del calendario ciclistico. È vero, è ed è stata una situazione particolare, da gestire anche abbastanza in fretta, con tanti appuntamenti da inserire in poco tempo. Ma l’UCI ha trattato il Giro d’Italia davvero male, considerandolo di secondo livello: un mondiale incastonato tra Tour e Giro, le classiche del Nord disputate tutte durante i giorni del Giro, la Vuelta iniziata quando ancora si correva il Giro.