I GIOVANI, LA GUERRA E LA LIBERTÀ: ovvero le lettere di condannati a morte della Resistenza

Tra le tante testimonianze dirette di ciò che è stata la Resistenza ci sono le lettere scritte dai partigiani e antifascisti condannati a morte da tedeschi e fascisti.

Una quantità considerevole di queste lettere è raccolta in un libro intitolato proprio Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945), curato da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, con prefazione di Enzo Enriques Agnoletti, e pubblicato la prima volta nel 1952 da Einaudi. Al suo interno raccoglie oltre 130 lettere.

Tra queste, sono numerose quelle scritte da ragazzi che hanno poco più di 20 anni.

C’è Antonio Brancati, di 23 anni, originario della provincia di Ragusa, partigiano a Grosseto, catturato durante un rastrellamento da parte di tedeschi e fascisti, fucilato il 22 marzo 1944, che scrive ai genitori.

Carissimi genitori,
[…] Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia. Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria. Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti. Se muoio, muoio innocente. […] Non prendetevi parecchi pensieri. Fate del bene ai poveri per la salvezza della mia povera anima. Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa. Baciate per me tutti i fratelli […] e la mia cara fidanzata. Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà. […] Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata. Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo. Ricordatevi sempre di me.
Un forte bacione
Antonio

C’è Achille Barilatti, di 22 anni, originario di Macerata, catturato da tedeschi e fascisti a Montalto il giorno dell’eccidio, fucilato il 23 marzo 1944, insignito poi della Medaglia d’Oro al Valor Militare, che scrive alla madre.

Mamma adorata,
quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. […] Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. […] Ci rivedremo nella gloria celeste. Viva l’Italia libera!
Achille

[su Achille Barilatti c’è anche una pagina su Wikipedia, consultabile cliccando qui]

C’è anche la lettera di un giovane ignoto, un certo Renzo, che scrive al padre.

Caro papà,
[…] Sono sull’orlo della vita terrena e mi involo nel più alto dei cieli. Tu che sei un uomo di alti sentimenti, sappi che tuo figlio muore per un alto ideale, per l’ideale della Patria più libera e più bella. […] Caro papà, tutta la mia riconoscenza te la esprimo col mio cuore: caro papà, sappi che non ho amato come mio insegnante di vita laboriosa ed onesta altro che te. Scusami se ti scrivo in questa maniera ma queste sono parole che mi escono dal cuore in questo triste e nello stesso tempo bel momento di morte. Col cuore straziato ti lascio baciandoti caramente.
Tuo per sempre figlio
Renzo

Renzo è anche il nome di un altro giovane autore di un’altra lettere. Si tratta di Renzo Scognamiglio, di 23 anni, originario di Torino, fucilato il 22 marzo 1945, che scrive alla madre.

Mammina mia tanto cara,
per l’ultima volta ti abbraccio col cuore straziato. A te sola chiedo perdono ma assicurati che il tuo figliolo muore innocente e da partigiano. Ho amato tanto questa Italia martoriata e divisa ed anche se apparentemente oggi pare di no, cado per il mio Paese. Salutami tutti gli amici e le persone care […]. Mammina abbi coraggio e soprattutto fede e quando il babbo tornerà dalla prigionia gli dirai che l’ho ricordato nell’istante supremo. Con lui trascorrerai gli ultimi anni tranquilli ed io dal Cielo pregherò per Voi ed a Voi sarò sempre vicino.
L’ultimo bacio dal tuo
Renzo


Ci sono anche lettere di uomini, partigiani, che sono padri, e il cui pensiero prima di morire va al proprio figlio o alla propria figlia.

È il caso ad esempio di Paolo Braccini, di 36 anni, originario della provincia di Viterbo, docente universitario a Torino. Qui viene catturato dai Fasci Repubblicani e poi fucilato il 5 aprile 1944. Verrà poi insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Due giorni prima di morire scrive alla figlia.

Gianna, figlia mia adorata,
[…] Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno. Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto […]. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo […]. Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti, ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascerà il mio cuore. Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto. Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.
tuo Babbo

[su Paolo Braccini c’è anche una pagina su Wikipedia, consultabile cliccando qui]

A scrivere lettere non sono solo uomini, ma anche donne.

È il caso ad esempio di Irma Marchiani, di 33 anni, originaria della provincia di Firenze, staffetta partigiana nel modenese. Catturata dai tedeschi, scrive una lettera ad una amica lo stesso giorno in cui venne fucilata, il 26 novembre 1944.

Mia adorata Pally,
sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli che mi ricorderanno. Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.
Baci e baci

Ci sono anche lettere di personaggi più famosi, come ad esempio Leone Ginzburg. Grande letterato italiano, nato da una famiglia ebraica di Odessa, in Italia fin dall’infanzia, Leone Ginzburg  fu docente universitario a Torino, collaborò alla nascita della casa editrice Einaudi. Di convinte idee federaliste e antifasciste, appartenente al movimento Giustizia e Libertà, fu arrestato dai fascisti e incarcerato per due anni prima della guerra, poi mandato al confino nel 1940 e (dopo essere stato liberato nel 1943) fu animatore della Resistenza a Roma. Qui venne catturato dai nazifascisti, incarcerato a Regina Coeli, torturato dai tedeschi e morì in carcere. Prima di morire, scrisse una lettera alla moglie.

La lettera è lunga, ma molto bella. Per poterla leggere basta cliccare qui sotto dove c’è scritto “a Natalia

Natalia cara, amore mio,
ogni volta spero che non sia l’ultima lettera che ti scrivo, prima della partenza o in genere […]. Se mi facessero partire non venirmi dietro in nessun caso. Sei molto più necessaria ai bambini, e soprattutto alla piccola. E io non avrei un’ora di pace se ti sapessi esposta chissà per quanto tempo a dei pericoli, che dovrebbero presto cessare per te, e non accrescersi a dismisura. So di quale conforto mi privo a questo modo; ma sarebbe un conforto avvelenato dal timore per te e dal rimorso verso i bambini. Del resto, bisogna continuare a sperare che finiremo col rivederci, e tante emozioni si comporranno e si smorzeranno nel ricordo, formando di sé un tutto diventato sopportabile e coerente. […] La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. Questi consigli ti parranno facili e irritanti; invece sono il miglior frutto della mia tenerezza e del mio senso di responsabilità. Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo delle altre persone […]. A ogni modo, avere i bambini significherà per te avere una grande riserva di forza a tua disposizione. Vorrei che anche Andrea si ricordasse di me, se non dovesse più rivedermi. Io li penso di continuo, ma cerco di non attardarmi mai sul pensiero di loro, per non infiacchirmi nella malinconia. Il pensiero di te invece non lo scaccio, e ha quasi sempre un effetto corroborante su di me. Rivedere facce amiche, in questi giorni, mi ha grandemente eccitato in principio, come puoi immaginare. Adesso l’esistenza si viene di nuovo normalizzando, in attesa che muti più radicalmente. […] Ciao, amore mio, tenerezza mia. Fra pochi giorni sarà il sesto anniversario del nostro matrimonio. Come e dove mi troverò quel giorno? Di che umore sarai tu allora? Ho ripensato, in questi ultimi tempi, alla nostra vita comune. L’unico nostro nemico (ho concluso) era la mia paura. Le volte che io, per qualche ragione, ero assalito dalla paura, concentravo talmente tutte le mie facoltà a vincerla e a non venir meno al mio dovere, che non rimaneva nessun’altra forma di vitalità in me. Non è così? Se e quando ci ritroveremo, io sarò liberato dalla paura, e neppure queste zone opache esisteranno più nella nostra vita comune. Come ti voglio bene, cara. Se ti perdessi, morirei volentieri. […] Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. […] Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. Ti amo, ti bacio, amore mio. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia? Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.
Leone

[su Leone Ginzburg c’è anche una pagina su Wikipedia, consultabile cliccando qui]

Fa davvero impressione e mette una certa emozione rileggere oggi le lettere scritte dai condannati a morte della Resistenza italiana, spesso giovani, lontani da casa, dai propri affetti, convinti delle proprie idee e delle proprie azioni: traspare il lato più umano, quotidiano, normale, di queste donne e di questi uomini, che furono davvero eroi. Negli scritti di quasi tutti, nonostante la loro prossimità alla morte, c’è sempre lo sguardo al futuro, ad un futuro migliore, dove l’Italia sia davvero libera. Ecco, questo deve servirci da monito, da insegnamento, da dimostrazione.

#versoil25aprile con delle lettere