Molti di noi hanno ancora in mente le immagini di quel 13 novembre 2017: Italia-Svezia, a San Siro, partita di ritorno per la qualificazione ai Mondiali di Russia 2018 (all’andata era finita 1 a 0 per gli svedesi). 90 minuti di grande tensione, di grande sofferenza, il pallone che non voleva mai entrare. Alla fine il match finisce 0 a 0 e in Russia ci va la Svezia. Per la seconda volta nella sua storia, l’Italia non si qualifica ai Mondiali (il precedente fu nel 1958, nel campionato mondiale disputatosi proprio in Svezia).

È probabilmente il punto più basso nella storia della Nazionale italiana di calcio. Certamente, l’Italia non veniva da un percorso esaltante in quanto a Mondiali (dopo la vittoria del 2006, gli Azzurri erano stati eliminati ai gironi sia nel 2010 che nel 2014), ma non andarci nemmeno ai Mondiali è qualcosa di davvero drammatico. “Anno zero” titolano molti giornali all’indomani del match di San Siro. E forse è davvero così. La FIGC viene anche commissariata, poiché incapace di eleggere un nuovo presidente (a seguito delle dimissioni di Tavecchio). Il problema è strutturale: riguarda i campionati da riformare, l’identità azzurra, il settore giovanile, la necessità di investimenti virtuosi, la governance e la sua trasparenza, gli stadi, il tifo e la sicurezza.

Ma quando hai toccato il fondo puoi solo risalire. Dopo la breve parentesi Di Biagio, nel maggio del 2018 la Nazionale viene affidata a un nuovo commissario tecnico, Roberto Mancini, che dà vita a una fase di rinnovamento, di “rivoluzione”. Coinvolge molti giovani, dà loro maggiore spazio, cambia la mentalità della Nazionale, infonde nel gruppo coesione e unità. E poi cambia il modo di giocare, le tattiche. L’Italia diventa una squadra più offensiva, che fa possesso palla con aperture e verticalizzazioni, e non più quella sua solita, sterile e rischiosa, costruzione dal basso difensiva.

Mancini ha avuto il merito anzitutto di circondarsi di collaboratori fidati e affiatati, esperti di calcio giocato: in primis il suo gemello del gol, il grande Gianluca Vialli. Il loro abbraccio festante al termine della sofferta partita contro l’Austria agli ottavi e quello invece pieno di lacrime dopo la vittoria finale di Wembley credo che siano stati tra i momenti più emozionanti e rimarranno scolpiti nella memoria dell’Italia intera per generazioni. E non dimentichiamoci poi di Lele Oriali, Chicco Evani, Attilio Lombardo, Daniele De Rossi. Poi Mancini ha avuto il merito di costruire un gruppo affiatato, unito, solido, coeso, un gruppo che ha saputo soffrire e resistere, il merito di creare una Nazionale forte nel suo insieme, consapevole della mancanza di veri e propri top player. E forse questa è stata la sua vera forza: la forza del gruppo! Mancini ci ha creduto fin dall’inizio, ha creduto nella vittoria degli Europei fin da quando è arrivato sulla panchina della Nazionale, fin da quando ha plasmato questo fantastico gruppo. E ha avuto il merito di aver costruito una squadra che gioca bene, che si diverte e che fa divertire, una squadra bella da guardare in campo, una Nazionale italiana di cui essere orgogliosi. Mancini ha avuto il merito di aver riappacificato la Nazionale con il popolo italiano.

Le tante vittorie dell’Italia, con lo straordinario successo di EURO 2020, hanno riportato in piazza e nelle strade milioni di italiani e italiane. In questo, un ruolo certamente importante l’ha avuto anche l’anno e mezzo di pandemia, di sofferenze e privazioni, che ci ha tolto la possibilità di abbracciarci, di festeggiare, di essere felici. La vittoria degli Europei è stata una sorta di liberazione, qualcosa di davvero meraviglioso, qualcosa di cui avevamo bisogno (non solo calcisticamente, ma proprio anche socialmente). Per questo motivo il successo della Nazionale ha un significato particolare. È la vittoria di un Paese intero, è la vittoria di tutti. Lo dimostra anche la presenza e il grande calore di migliaia di italiani in strada a festeggiare gli Azzurri in giro per Roma sul pullman scoperto. E lo dimostra anche la notte magica di domenica sera, con gli italiani nelle strade, nelle piazze, le bandiere, i clacson, i fuochi d’artificio, gli abbracci, “Notti maaagicheee” gridato al cielo, l’inno di Mameli a tutto volume.

Questa vittoria rimarrà nella storia, questi Europei rimarranno nei ricordi di milioni di italiani. Non solo l’aspetto calcistico, non solo quello che è successo sul campo di gioco, ma anche molto altro, il contorno, il prima e il dopo. Ciro Immobile che fa gol ed esulta gridando “porca puttena” davanti alla telecamera. Mancini che contro il Galles arriva a far giocare 25 su 26 giocatori (secondo portiere compreso). I giocatori che cantano “Notti magiche” fuori dall’hotel dopo la vittoria dei gironi. Gli abbracci tra Vialli e Mancini. Il personaggio Lombardo e i capelli di Evani. O tiraggir di Insigne, ma poi anche di Chiesa. Chiellini che riesce a scherzare con Jordi Alba prima di una lotteria di rigori importantissima. Le lacrime di Spinazzola contro il Belgio e poi la sua esultanza in stampella sul prato di Wembley. L’esultanza contenuta ma emozionata di Mattarella al gol di Bonucci. Chiesa che dice “chiama mamma” a Siri. Florenzi invece con “guarda mamma, guarda qua” davanti alla telecamera con la medaglia in mano. De Rossi che si lancia sul tavolo negli spogliatoi. Il «’ndo stai?… e che parate!» di Draghi che riceve gli Azzurri. Barella che beve, con occhiali da sole e sguardo perso nel vuoto, alla cerimonia a Palazzo Chigi. Il pullman scoperto in giro per Roma e la folla intorno. La festa serale all’hotel. E anche il matrimonio di Bernardeschi.

Nessuno, forse solo Mancini, a inizio giugno credeva che l’Italia avrebbe potuto vincere gli Europei. Eravamo tutti un po’ scettici, e un (bel) po’ scaramantici. La delusione contro la Svezia era ancora molto viva in noi. Ma poi sono arrivate le strabilianti e nette vittorie contro la Turchia e la Svizzera, poi quella misura contro il Galles, più di misura ma avendo fatto un ampio turnover e avendo mandato in campo in totale praticamente l’intero gruppo di giocatori (25 su 26). Dopo il primo posto nel girone, il passaggio del turno, i zero gol subiti in tre partite, abbiamo cominciato a crederci di più. Poi sono arrivati gli ottavi contro l’Austria, la prima partita lontano dall’Olimpico di Roma, il primo match da dentro o fuori e l’Italia ha sofferto, tanto, ma poi è riuscita a vincere. Il Belgio, avversario dei quarti, sembrava un ostacolo insormontabile, ma gli Azzurri hanno giocato forse la più loro più bella partita di questi Europei e hanno vinto meritatamente, qualificandosi alla final four di Wembley e già qui molti italiani sono scesi in piazza e nelle strade. Poi è arrivata la semifinale della Spagna, altra immane sofferenza contro l’estenuante possesso palla spagnolo, l’illusorio vantaggio e poi la consapevolezza di poter perdere drammaticamente la partita, fino all’incredibile lotteria dei rigori, vinta grazie ad una prodezza di Donnarumma. Così si va in finale, il cui risultato sembra già scritto. Ma Mancini e gli Azzurri ci credono, e anche gli italiani sperano nel colpaccio: che bello sarebbe vincere contro l’Inghilterra a casa loro! È una domenica incredibile, impreziosita da Berrettini in finale a Wimbledon (primo italiano a riuscirci). Gli inglesi segnano dopo due minuti dal fischio iniziale: è un pugno in faccia a freddo, che avrebbe messo a terra qualunque squadra. Ma gli Azzurri non ci stanno e conducono loro la partita, di fronte agli inglesi chiusi in difesa, che sembrano l’Italia di altri tempi. Con fatica e grande determinazione, l’Italia trova il gol, e alla fine porta ai rigori una partita che avrebbe certamente meritato di vincere anche 2 o 3 a 1. Il Dio del calcio evidentemente questo lo sa e ci regala la vittoria. Super Gigio si supera e para gli ultimi due, decisivi, rigori. L’Italia è campione d’Europa per la seconda volta nella sua storia. È la vittoria della Nazionale, è la vittoria degli italiani, è la vittoria di tutti!

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