Altiero Spinelli

Famiglia e formazione

Altiero Spinelli nasce a Roma il 31 agosto 1907, da Carlo Spinelli e Maria Ricci, secondo di otto figli [i]. Trascorre i primi anni dell’infanzia a Campinas, in Brasile, dove il padre è viceconsole del Regno d’Italia. Figura importante per la sua formazione culturale è lo zio materno, Umberto Ricci, professore universitario prima a Roma, poi al Cairo, a Istanbul, e infine nuovamente in Italia. Sarà il nome di questo suo zio che riuscirà ad avvicinarlo a personalità importanti durante il suo esilio in Svizzera per la costruzione dell’attività federalista. Per tutta l’infanzia (ma anche dopo) per Spinelli è la madre che rappresenta un punto di riferimento, la persona con cui confidarsi (sarà alla madre che Spinelli scriverà la maggior parte delle lettere dal carcere). Mentre il padre è visto come autoritario, in un rapporto abbastanza conflittuale. Ma è dal padre che in età giovanile Spinelli trae le sue idee politiche. È il padre che gli regala (nell’estate del ’22) una collezione di testi di Marx, Lenin, Lassalle, Trockij, testi scritti in maniera approssimativa, che hanno l’effetto di far discostare Spinelli dal socialismo paterno, per abbracciare invece idee più radicali. Spinelli studia al liceo Mamiani dove ottiene ottimi risultati scolastici.

Gioventù e impegno politico

L’impegno politico vero e proprio inizia a seguito di un episodio particolare: nel maggio 1922 gli abitanti del quartiere San Lorenzo si oppongono a una manifestazione squadrista dei fascisti, ma solo il giornale dei comunisti racconta la vicenda, mentre gli altri tacciono. Nell’autunno 1924 Spinelli si iscrive così al Partito Comunista d’Italia e poche settimane dopo viene eletto segretario di sezione al Trionfale. Tra le numerose correnti interne al partito, la sua preferenza va allo storicismo di Gramsci.

Nell’estate del 1926 incontra Giuseppe Dozza che gli fa una proposta: portare il saluto della federazione giovanile comunista italiana al congresso della federazione giovanile comunista francese a Saint-Denis. Spinelli accetta, anche se incontra problemi, dovuti alla sua entrata clandestina in Francia e alla sua attività comunista. In seguito Spinelli, accettando la nuova proposta di Dozza, diventa segretario interregionale della gioventù comunista per l’Italia centrale. Ovviamente con l’avvento del fascismo e la messa al bando degli altri partiti, tra cui quello comunista, la vita di Spinelli è in clandestinità, con lo pseudonimo di Ulisse.

In età giovanile Altiero Spinelli intraprende inoltre una relazione con Tina Pizzardo (nipote del cardinale Giuseppe Pizzardo), la quale si avvicinerà al comunismo frequentando l’ambiente torinese.

In carcere

La vita in clandestinità costringe Spinelli, ricercato dai fascisti, a trasferirsi a Milano. La mattina del 3 giugno 1927, mentre è seduto in un locale del centro insieme a Giovanni Parodi e Arturo Vignocchi, Spinelli viene arrestato insieme ai compagni, dopo una rocambolesca fuga. I fascisti riescono a scoprire la sua vera identità e i vari legami col partito grazie alla confessione di Aldo Penazzato, corriere del partito, che, arrestato dai fascisti, aveva svelato gran parte dell’organizzazione del centro Italia, causando l’arresto di oltre venti persone. Spinelli viene portato momentaneamente in carcere a San Vittore.

In carcere Altiero Spinelli legge, studia, si informa. Inizia una lunga corrispondenza con la famiglia, in particolar modo con la madre, alla quale scriverà sempre di inviargli dei libri: vocabolari, libri di algebra e geometria, grammatiche greche e tedesche, libri di entomologia di Fabre, i tre volumi della storia delle rivoluzione francese di Carlyle, il Discorso sul metodo di Cartesio, le opere di Stuart Mill, volumi di economia politica, di scienza delle finanze, le Cronache del Villani, volumi di storia universale, di storia della filosofia, romanzi di Dostojevskij, London, Rostand, classici greci e latini, grammatiche russe e francesi, e soprattutto Il Capitale di Marx.

Il 25 agosto 1927, nonostante Spinelli fosse di fatto già in carcere, viene formulato il mandato di cattura dal giudice istruttore del Tribunale militare di Milano. L’accusa è di partecipazione a organizzazione segreta a carattere militare finanziata dall’estero, con relativa propaganda, per fomentare la guerra civile, ricostituzione del partito comunista, apologia di reato, insurrezione contro i poteri dello Stato.

I suoi modi durante gli interrogatori sono quelli classici dei grandi rivoluzionari: orgoglioso, fermo, non cede, non parla. In carcere però Spinelli non è il tipo di carcerato mite e remissivo, tant’è che riceve presto una punizione: il 18 marzo 1928, anniversario della Comune di Parigi, Spinelli e altri improvvisano durante l’ora d’aria un breve discorso di commemorazione con al termine il grido “Viva la Comune”. Ciò gli vale l’isolamento per un paio di settimane.

Il 6 aprile 1928 (che, ironia del destino, è venerdì santo) Spinelli è in aula, al Tribunale speciale fascista, a Roma, e viene condannato: sedici anni e otto mesi. Secondo il codice penale Zanardelli, allora ancora vigente, Spinelli è costretto a vivere i primi anni di carcere in regime di vera e propria segregazione.



Lucca

Spinelli viene quindi portato a Lucca, dove trascorrerà il periodo di segregazione. Matricola numero 3885, Spinelli rimane a Lucca dal 20 maggio 1928 al 9 gennaio 1931. In carcere a Lucca Spinelli legge e studia. Riprende lo studio della matematica e della fisica, “giungendo fino ad affacciarmi in matematica sul panorama degli spazi non euclidei, in fisica su quello della relatività e dei quanti” [ii]. Uno studio che, finito il periodo della segregazione, viene interrotto, e sarà ripreso solo a Ventotene, grazie a Eugenio Colorni, appassionato di filosofia della scienza. In carcere Spinelli, migliora, perfeziona, impara, studia, anche le lingue e le letterature straniere: il francese, il latino, il tedesco, il russo, l’inglese, il greco antico e lo spagnolo. Parte fondamentale dello studio di Spinelli in carcere è lo studio della filosofia, in particolare la filosofia classica tedesca, da Kant a Hegel. Scopre inoltre il pensiero e la filosofia di Benedetto Croce e legge diverse riviste. Oltre allo studio, Spinelli in carcere impaglia sedie (circa una sedia alla settimana).

La vita in carcere a Lucca è una vita in solitudine. Unici compagni nella sua cella sono cimici, mosche, formiche, scarafaggi, passeri, che riporta minuziosamente nelle sue memorie. Ed è una vita fatta anche di ristrettezze. Vi erano controlli, sui libri che i carcerati chiedevano, e sulle lettere che scrivevano, inviavano e ricevevano. Spinelli scrive soprattutto alla madre, ma anche a Tina. Nel gennaio 1931, dopo il periodo di segregazione, previsto dal codice penale per le condanne di molti anni, Spinelli viene trasferito in un altro carcere, la casa di pena di Santa Maria in Gradi a Viterbo.

Viterbo

A Viterbo Spinelli, matricola numero 9448, rimane dal 19 gennaio del 1931 a metà luglio del 1932. A Viterbo, non essendo più in regime di segregazione, Spinelli vive maggiormente la dimensione della collettività. Il carcere è ora anche un luogo di socialità. Sperimenta la vicinanza con detenuti comuni, e la profonda differenza tra questi e i detenuti politici. I primi più criminali, tra cui vige la legge del più forte. Tra i secondi invece non c’è lotta di supremazia e “l’affiatamento è facilitato dalla comune fede politica, dalla coscienza di essere in carcere non per una colpa ma per l’ostilità e la forza repressiva del regime” [iii]. A Viterbo Spinelli incontra diversi detenuti comunisti, il cui “capo” è Giuseppe (Pippo) Pianezza, operaio piemontese che aveva partecipato all’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920, e che ora in carcere aveva iniziato ad organizzare il gruppo di detenuti politici.

Nei diversi dibattiti che si sviluppano tra i detenuti comunisti, i quali sono una quarantina, Spinelli inizia a prendere le distanze dalla linea politica della dirigenza del Partito (ad esempio Togliatti) e anche del collettivo comunista in carcere. Sono gli anni dell’affermazione di Stalin e della linea politica comunista che guarda all’Unione Sovietica come punto di riferimento. Spinelli inizia così a creare problemi, soprattutto per via della sua preparazione filosofico-politica e della sua abilità oratoria, iniziando ad essere visto come elemento pericoloso per la compattezza del gruppo. Egli critica in modo particolare la violenza perpetrata dalla nuova dirigenza staliniana: “la violenza era ora diventata il fondamento permanente dell’ordine nuovo socialista e si era trasformata in potere burocratico, poliziesco e ideologico, padrone assoluto della politica, dell’economia e della cultura” [iv]. E così Spinelli “pur confermando a me stesso di essere ancor sempre comunista, riconobbi di essere incapace di recitare questo credo” [v].

Il progressivo allontanamento dalle idee del collettivo comunista di Pianezza, portano Spinelli a una maggiore solitudine trascorsa in meditazione personale e studio, come di fatto gli anni precedenti. I suoi interessi sono rivolti alla letteratura (Shakespeare, Baudelaire, Flaubert, Balzac, fratelli Grimm, e molti altri), ma soprattutto alla filosofia e alla storia, in particolar modo Hegel (la Fenomenologia dello spirito) ma anche Oriani, Vico, Gobetti. Mentre è a Viterbo Spinelli si scrive soprattutto con il fratello Veniero, il quale però viene arrestato a Torino (dove era operaio della Fiat) nel luglio del 1931 perché comunista. Inoltre continua lo scambio di lettere con Tina, ma la loro storia è ormai in declino.

Nell’estate del 1932 i fascisti decidono di concentrare tutti i carcerati politici in tre grandi carceri tenendoli separati dai comuni. I più pericolosi, quelli ai vertici dei partiti antifascisti, vengono trasferiti a Civitavecchia. Tra questi anche Spinelli. Gli altri vengono mandati invece a Fossano e a Castelfranco Emilia.

Civitavecchia

A Civitavecchia Spinelli, matricola numero 5733, rimane dal luglio 1932 all’inizio del 1937. Qui si ritrova con numerosi detenuti comunisti, che vengono separati dai normali detenuti politici e maggiormente sorvegliati. Con Spinelli, ci sono Umberto Terracini e Mauro Scoccimarro, due membri importanti del partito. I detenuti comunisti formano un collettivo, mettendo in comune i loro beni. Inoltre “si decise che una parte fissa delle nostre risorse sarebbe stata dedicata all’acquisto di libri, e che la scelta dei libri sarebbe stata decisa in ultima istanza dal direttivo” [vi]. L’unico contrario è proprio Spinelli, che ritiene che la scelta dei libri da acquistare debba essere individuale e libera. Grazie alla mediazione di Terracini (principale interlocutore di Spinelli a Civitavecchia), nonostante la disapprovazione degli altri comunisti, Spinelli riesce ad avere la meglio.

A Civitavecchia c’è anche il fratello Veniero. Ma nel 1932, nel decennale della marcia su Roma, il regime fascista attua l’amnistia: a Veniero viene restituita la libertà, ad Altiero vengono scalati cinque anni di condanna. Spinelli ricomincia così a scriversi con il fratello, ora fuori dal carcere. Ciò giova ai suoi studi.

Ma ben presto le conversazioni attraverso le lettere cambiano interlocutore. Infatti dopo alcuni diverbi con il padre, Veniero lascia la casa paterna. Va a Torino, ospite di Tina, poi in Francia, in Spagna, negli Stati Uniti. Veniero smette dunque di scrivere ad Altiero, il quale inizierà così a scambiare opinioni e riflessioni con l’altro fratello, Cerilo, ora ventenne. Sono diversi gli interessi di Spinelli: letteratura, storia, filosofia, economia, pedagogia, psicanalisi.

Nel 1934, a seguito della nascita della prima figlia dell’erede al trono Umberto di Savoia e Maria José, il governo emana un’altra amnistia: per Spinelli uno sconto di pena di due anni. Rimangono quindi poco più di due anni, con scarcerazione prevista per la fine di gennaio del 1937. Sempre nel 1934, il fratello Cerilo si trasferisce a Torino, dove si arruola nell’artiglieria pesante. Anche lui, come già prima il fratello Veniero (e come Altiero), incontra frequentemente Tina. A Torino Cerilo inizia a svolgere attività di propaganda a favore del partito comunista. Viene così arrestato nel 1936, ma un anno dopo viene scarcerato grazie all’amnistia concessa a seguito della nascita di Vittorio Emanuele, secondogenito di Umberto di Savoia.

Mentre Spinelli è a Civitavecchia, termina definitivamente la sua relazione con Tina, la quale è sempre più restia a scrivere a Spinelli. A Torino Tina inizia a frequentare l’ambiente di Giustizia e Libertà. Ed è proprio qui che conosce, oltre a Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Bruno Maffi, Renzo Giua, Barbara Allason, Vittorio Foa, Aldo Garosci, anche Henek Rieser, polacco trasferitosi in Italia, che sposa alla fine del 1935. Spinelli lo viene a sapere con molto ritardo dalla sorella Azalea.

Nell’ultimo periodo si avvicinano a Spinelli due giovani, Leo Valiani e Carlo Alpi. E anche Giancarlo Pajetta. L’ultimo periodo in carcere per Spinelli trascorre nel fare preparativi, in vista della scarcerazione. Ma il giorno previsto per la liberazione, il 28 gennaio 1937, gli viene notificata l’assegnazione al confino. Viene così portato momentaneamente al Regina Coeli, dove rimane fino all’11 marzo.

Al confino

Ponza

Tra le destinazioni privilegiate dal fascismo per il confino, oltre a Ponza (dove viene mandato Spinelli), ci sono Ustica, Favignana, le Tremiti, Pantelleria, e poi anche Ventotene. Per il fascismo lo scopo politico del confino è l’annientamento spirituale dell’avversario. Ma il confino, dove gli oppositori del regime sono tutti insieme e dove è possibile la comunicazione tra di loro, diventa un luogo di studio, di scambio di idee, di riflessioni, “una vera e propria università dell’opposizione” [vii]. Si verifica così proprio l’opposto di ciò che voleva il fascismo: il rafforzamento culturale dell’avversario e la formazione di quadri antifascisti preparati e motivati. Tra i confinati e la popolazione c’è contatto, c’è una sorta di scambio, soprattutto dal punto di vista culturale, vista l’arretratezza, l’ignoranza, la povertà, degli abitanti. I confinati dunque creano biblioteche comuni, tengono lezioni (in molti casi, anche insegnando a leggere e scrivere), aprono mense autogestite, impiantano servizi comuni come quelli di lavanderia.

A Ponza vi sono circa duecento comunisti, una trentina di anarchici, pochi giellisti, alcuni ex-comunisti e un unico socialista, Sandro Pertini. Spinelli, che rimane a Ponza dal 12 marzo 1937 al 12 luglio 1939, viene accolto in maniera positiva. D’altronde tutti i nuovi arrivati ricevevano la solidarietà e la festosa accoglienza dei compagni di confino, e non viene dato peso al suo sempre maggiore contrasto verso i vertici del partito. È Pietro Secchia ad imporre di rispettare Spinelli. I comunisti si organizzano in cellule, chiamate troike: Spinelli si ritrova sotto la responsabilità di Giorgio Amendola, insieme a Maria Baroncini, ma egli vuole confrontarsi con una cerchia più ampia di persone.

Nel frattempo, nel gennaio del 1937, a Mosca si apre la seconda fase dei processi staliniani. E aumenta il contrasto di Spinelli nei confronti del comunismo sovietico. Egli rifiuta il dominio di Stalin, critica la natura dell’atteggiamento del Pci verso la politica dei fronti popolari, la veridicità dei processi di Mosca, l’atteggiamento fideistico e di sottomissione assoluta che a suo parere il partito manifesta verso Mosca.

L’occasione che fa precipitare le cose è quando Amendola sottopone gli altri due componimenti della troika (ovvero Spinelli e la Baroncini) all’approvazione della versione ufficiale dei processi di Mosca. Spinelli si oppone, si rifiuta anche di fare “autocritica”, e scrive le sue opinioni in un quaderno destinato al direttivo del collettivo. Ma la risposta che riceve è chiara: Spinelli viene espulso dal partito, per deviazione ideologica e presunzione piccolo-borghese. Dopo l’espulsione, Spinelli trova la solidarietà di diverse persone, tra cui Carlo Alpi (che insieme ad altri compagni di Altiero viene espulso), ma anche Umberto Terracini (tant’è che nel 1941, a Ventotene, Terracini stesso verrà espulso dal partito, e tra le accuse gli verrà rinfacciata la sua difesa di Spinelli). Dopo l’espulsione, Spinelli viene etichettato come “troschista”, semplicista e infamante, e per questo sempre più evitato dai comunisti.

Due sono le occupazioni che riempiono il tempo di Spinelli: lo studio e il lavoro. Spinelli studia e legge numerose e svariate opere, di varie tematiche: la storia d’Italia, l’assetto economico italiano, la questione meridionale e il problema dell’emigrazione, il sistema liberale italiano, e in generale, la storia, la filosofia, l’economia, la letteratura contemporanea, la religione, la critica della scienza. Come lavoro invece inizia a fare l’orologiaio.

Gli anni di Spinelli a Ponza sono anni problematici, sia a livello internazionale sia a livello personale: il partito lo ha espulso, la famiglia si è disgregata, lo studio ha perso la possibilità di un confronto con interlocutori preparati e impegnati. Nel luglio del 1939 la colonia di Ponza viene soppressa e i confinati vengono mandati alle Tremiti o a Ventotene, dove finisce Spinelli.

Ventotene

Spinelli rimane a Ventotene quattro anni, dal luglio del 1939 all’agosto del 1943. Sono anni importanti dal punto di visto del contesto storico. Sono gli anni compresi tra l’inizio della seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo con il conseguente inizio della Resistenza. L’isola di Ventotene è di piccole dimensioni, priva di alberi, piena di sassi, molto ventilata d’inverno, molto calda d’estate. Fin dai tempi dei Romani era utilizzata come colonia di confino, ma dopo la caduta di Roma, l’isola viene abbandonata. Torna ad essere utilizzata solo con i Borboni. E col fascismo viene adattata a vero e proprio luogo di confino.

A Ventotene ci sono ottocento confinati, sorvegliati da trecentocinquanta uomini, soprattutto della Milizia, e in minor parte dei Carabinieri e della Polizia. Gli abitanti sono un migliaio. Tutti questi in un chilometro quadrato. Tra i confinati politici a Ventotene la maggior parte è formata da comunisti, che sono quattrocento, tra cui Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia e Umberto Terracini. Oltre ai comunisti ci sono anche anarchici (tra cui Paolo Schicci), membri di Giustizia e Libertà (tra cui Ernesto Rossi), pochi socialisti (tra cui Sandro Pertini, Eugenio Colorni e Alberto Jacometti). Oltre a questi anche confinati apolitici (ad esempio testimoni di Geova, ma anche abissini e albanesi) e confinati comuni (piccoli delinquenti, falsari, spie, ecc…).

A Ventotene Spinelli non è sempre ben visto, a causa della sua espulsione dal partito comunista, ma riesce comunque a creare legami con diversi confinati, con i quali condivide i pasti, le chiacchiere e anche il tempo libero. Ed è proprio durante il tempo libero passato a nuotare nella spiaggetta di Cala Rossano che Spinelli consolida il rapporto con Ernesto Rossi, arrivato sull’isola nell’ottobre del ’39. I due diventano compagni di nuotate e ben presto anche di conversazioni, di riflessioni, di studio. Con loro, anche altri. Grazie a Rossi, Spinelli ha la possibilità di tornare ad un’attività di studio iniziata negli anni del carcere. Quindi Kant, Hegel, Croce, ma anche Mosca, Pareto, Nietzsche, e i federalisti anglosassoni.

Eugenio Colorni è l’altra amicizia fondamentale che Spinelli stringe a Ventotene. Colorni, che era stato arrestato nel 1938, perché antifascista e anche ebreo, e che era già a Ventotene quando arriva Spinelli, anima numerose discussioni del trio, come stimolo e critica, dalla sua posizione di socialista autonomista. Spinelli entra in contatto con Colorni di fatto per lo stesso motivo di Rossi: le nuotate. E da qui i momenti passati a nuotare insieme continuano in momenti di attività intellettuale. Oltre all’abilità del nuoto e alla vivacità intellettuale, Spinelli e Colorni hanno in comune anche l’amore per il pensiero matematico e l’interesse per la psicanalisi. Colorni è sposato con Ursula Hirschmann. Sarà proprio lei, tedesca di religione ebraica, ma non confinata dal fascismo, a intessere i legami tra il gruppo di Spinelli e la lotta antifascista in Italia e sarà proprio lei a diffondere il Manifesto fuori da Ventotene.

Anche a Ventotene, come già a Ponza e ancor prima in carcere, Spinelli lavora, per cercare di integrare coi guadagni del lavoro la misera diaria giornaliera di sei lire passata dal governo. Spinelli fa dunque l’orologiaio, entrando in società con Pianezza, che invece fa l’arrotino e lo stagnino. E poi fa anche l’allevatore di polli, stavolta in società con Colorni. Lo scopo di questo secondo lavoro non è solo quello di guadagnare, ma anche riuscire ad avere uova e carne fresca, visto il razionamento dei viveri con la guerra ormai inoltrata. Così alle galline, col tempo si aggiungono i conigli, e poi anche i piccioni e le tortore. Ulteriori guadagni provengono poi dalla traduzione di opere straniere.  Nell’ottobre 1941 però Colorni viene trasferito a Melfi, altro luogo di confino fascista. Iniziano così i contatti tra Spinelli e Ursula, la moglie di Colorni.

Alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, l’isola di Ventotene si trasforma. I fascisti vanno via e i confinati riprendono la loro libertà, iniziano a vivere liberamente, giocano a carte nei bar, eliminano tutti i simboli del fascismo, ascoltano la radio, leggono i giornali, pur rimanendo sull’isola. Si rischia addirittura l’arrivo di Benito Mussolini al confino proprio a Ventotene, ma poi viene scelta l’isola di Ponza, meno rischiosa. Il Duce sarà poi trasferito alla Maddalena e infine al Campo Imperatore sul Gran Sasso. Però di fatto i confinati a Ventotene non vengono rilasciati dal nuovo governo di Badoglio, che inizialmente permette solo il rilascio dei “democratici”. Solo dopo un telegramma di sollecito da parte dei confinati, sarà permesso il rilascio di tutti loro. Finalmente, il 18 agosto 1943, Spinelli può lasciare l’isola di Ventotene. Si dirige prima a Roma, poi raggiunge Rossi e Colorni a Milano, dove fondano il Movimento federalista europeo, nella casa di Mario Alberto Rollier, un antifascista vicino al Partito d’Azione, da tempo amico di Colorni e della Hirschmann. Tra i partecipanti alla fondazione ci sono anche Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Manlio Rossi Doria.

Durante la Resistenza

Dopo la caduta del fascismo, le cose comunque non migliorano per gli antifascisti, visto il “regime” comunque illiberale e autoritario del nuovo governo Badoglio e vista la volontà di questo e degli alleati di portare la libertà in Italia attraverso la monarchia dei Savoia piuttosto che attraverso i vari antifascisti italiani. I federalisti si vedono quindi costretti all’espatrio nella vicina Svizzera.



Svizzera

Spinelli arriva in Svizzera la sera del 15 settembre 1943, insieme alla sorella Fiorella, a Ursula e le sue tre figlie con Colorni, pagando 5000 lire. In Svizzera c’è anche Rossi. Spinelli viene internato per una settimana nel castello di Unterwalden a Bellinzona. Qui entra in contatto con il socialista Rodolfo Morandi, con il quale condividerà le sue idee federaliste, ricevendo però di fatto un rifiuto e una chiusura. L’episodio è emblematico della posizione del Partito socialista nei confronti delle tesi federaliste di Spinelli e compagni (già la contrarietà di Pertini a Ventotene).

In Svizzera Spinelli riesce a mantenersi anche grazie all’aiuto finanziario del fratello Veniero, che nel frattempo era riuscito ad arrivare in America, a New York, dove aveva sposato la figlia di un banchiere e affarista di origine tedesco-scandinava, che per la fede ebraica aveva lasciato la Germania per gli Stati Uniti.

Nel novembre 1943, invitato e sollecitato da Leo Valiani (già compagno di carcere a Civitavecchia), Spinelli aderisce al Partito d’Azione. Come lui anche Ernesto Rossi. Perché “per entrambi il Partito d’azione era pur sempre una forza nuova alla quale si doveva guardare con interesse per tentare di portarla su decise posizioni federaliste” [viii]. Sentendosi dunque parte di un partito nazionale, Spinelli e Rossi non vedono il bisogno di tornare in Italia per combattere nelle fila degli antifascisti, ma ritengono utile allo stesso tempo rimanere in Svizzera e dedicarsi al lavoro federalista internazionale.

“Le direttrici dell’azione federalista in Svizzera furono tre: Alleati, movimenti e partiti progressisti svizzeri, resistenza europea” [ix]. Rispetto ai due blocchi attorno ai quali si andava costituendo il campo Alleato, la preferenza di Spinelli e Rossi va a quello occidentale. In un “Memorandum agli anglo-americani” Rossi si rivolge agli Alleati, invitandoli a tenere presente il discredito che circonda il re e Badoglio e a comprendere la necessità di sostenere l’attività degli antifascisti italiani, secondo un ideale di rinnovamento e di superamento del passato, presenti nell’antifascismo democratico (a differenza della volontà degli Alleati di restaurare la libertà attraverso la monarchia). Spinelli e Rossi si rivolgono anche a diverse associazioni svizzere di idee federaliste, salvo poi capire la loro natura puramente culturale e il loro orientamento troppo moderato. L’idea di Spinelli e Rossi è quella di convocare una riunione di rappresentanti dei movimenti di resistenza europea, al fine di giungere ad una presa di posizione comune e autorevole, a favore del federalismo europeo. A Ginevra Spinelli e Rossi tengono così alcuni incontri con diversi rappresentati d’Europa, francesi, tedeschi, svizzeri, italiani, ecc…

Nonostante gli sforzi di Rossi e Spinelli in Svizzera e di Colorni a Roma, il Partito socialista (Psiup) non accetta la proposta federalista. La mancata adesione dei socialisti al progetto federalista spinge Spinelli a “puntare tutto sull’unica forza politica italiana sulla quale sapeva di poter ormai incidere: il Partito d’azione nella sua componente dell’Alta Italia” [x]. Decide quindi per il suo rientro in Italia.

Nel frattempo, a Roma, accade un fatto tragico: la morte di Colorni. Nella capitale Colorni aveva organizzato la prima brigata Matteotti della città, era caporedattore dell’“Avanti!”, aveva diffuso le idee federaliste. A fine maggio del ’44 mentre si reca ad una riunione dei socialisti, viene inseguito e fermato da una pattuglia di poliziotti fascisti della banda Caruso-Koch, che lo spingono verso un portone e gli sparano sei colpi, di cui uno all’addome. Viene trasportato all’ospedale di San Giovanni, ma muore la mattina del 30 maggio, a soli 35 anni.

Italia

Il 24 settembre Spinelli rientra in Italia e va a Milano, da Valiani, Foa, Venturi. A Milano milita nel Partito d’azione, all’interno del quale si occupa in particolar modo della politica internazionale. Infatti, nella “Lettera aperta della Segreteria del Pda dell’Alta Italia al Comitato Esecutivo del Pda nell’Italia Centro Meridionale”, Spinelli, autore della parte della lettera relativa alla politica internazionale, mette in evidenza la possibilità per l’Italia del governo Bonomi di scegliere tra due politiche: quella dell’egoismo nazionale quindi la politica del “piccolo nazionalismo”, o quella che avrebbe fatto del governo italiano “il liquidatore definitivo e non erede della politica estera fascista e prefascista”. Mentre è a Milano, nel dicembre 1944, Spinelli riceve una lettera di invito a una conferenza federalista a Parigi.

Francia

Il 21 dicembre 1944 Spinelli ripassa il confine con la Svizzera, ma sia perché aveva già rifiutato la qualifica di profugo politico lasciando la Svizzera a settembre sia perché il suo nome, per una dimenticanza, non compariva nell’elenco degli incaricati delle missioni ufficiali del Cln, viene arrestato. Viene portato a Bellinzona, poi a Lucerna e infine a Zurigo, dove Berholet riesce ad ottenerne il rilascio. A Zurigo, con Spinelli, c’è anche Ursula. Insieme preparano il viaggio in Francia, ma nel frattempo tornano a Bellinzona per sposarsi ufficialmente. Il matrimonio viene celebrato il 19 gennaio 1945, nella sede del comune ticinese, con testimoni Bruno e Teresa Caizzi. Spinelli e la Hirschmann riescono finalmente ad arrivare in Francia, per il convegno federalista, di cui Ursula è l’organizzatrice, in quanto è lei a contattare e invitare le persone, e Altiero ne è l’animatore. Il convegno si svolge nei giorni 22, 23 e 24 marzo, a Parigi, e tra i partecipanti vi sono anche gli scrittori George Orwell e Albert Camus e il filosofo Emmanuel Mounier.

 

Il Manifesto di Ventotene

Il Manifesto di Ventotene è opera di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Quest’ultimo è autore della prefazione dell’edizione definitiva, mentre Spinelli scrive il primo e il secondo capitolo e la parte finale, Rossi invece è autore del terzo capitolo. Ma, come sostiene Spinelli, “ne discutemmo insieme ogni paragrafo, e riconosco ancora giri di pensiero caratteristici dell’uno di noi due nelle parti scritte dall’altro” [xi].

La Prefazione

La Prefazione al Manifesto porta la firma del Movimento italiano per la federazione europea, con data 22 gennaio 1944, e si apre sottolineando dove e quando è stato scritto il Manifesto: isola di Ventotene, anni 1941 e 1942. Esso è inoltre il frutto di “un processo di ripensamento di tutti i problemi che avevano costituito il motivo stesso dell’azione compiuta e dell’atteggiamento preso nella lotta” [xii], e in più la lontananza dalla vita politica concreta consente uno sguardo più distaccato.

La causa delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti è la presenza di stati sovrani che considerano gli altri stati come concorrenti e nemici. Da ciò si sviluppa la tesi federalista, principalmente per tre motivi.

Anzitutto, sbagliata è la concezione che hanno tutti i partiti politici progressisti della soluzione internazionalista, perché benché le analogie di regime interno possano facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione tra gli Stati, “non è affatto detto che portino automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione, finché esistano interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di una unità chiusa all’interno delle frontiere”.

Sbagliato è inoltre “porsi tutti i problemi partendo dal tacito presupposto dell’esistenza dello Stato nazionale”: infatti i problemi, di qualsiasi tipo, “ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima meta da raggiungere è quella di un ordinamento unitario nel campo internazionale”.

Infine è convinzione dei federalisti che l’ideale di una federazione europea (comunque preludio di una federazione mondiale) è una questione profondamente attuale, per risolvere tutte le questioni del secondo dopoguerra, dalla mescolanza di popoli alla crisi economica, dai confini alle barriere doganali, dal nazionalismo alle minoranze etniche.

E il Movimento federalista, che non è e non ha l’intento di essere un partito politico, bensì semplicemente un’organizzazione autonoma, è nato proprio per questo motivo: risolvere prima di tutto l’ordinamento federale europeo, per non ricadere nei vecchi stati nazionalisti, anzi creare pace e benessere duraturo.

In chiusura della prefazione vengono elencati i principi della Federazione Europea: un esercito unico federale, l’unità monetaria, l’abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra stati appartenenti alla Federazione, la rappresentanza diretta dei cittadini alle assemblee federali, una politica estera unica.

La crisi della civiltà moderna

Il primo capitolo, scritto da Spinelli, tratta della crisi della civiltà moderna, la quale ha fatto del principio della libertà il proprio fondamento. Ciò ha avuto tre conseguenze.

Anzitutto, si è affermato l’eguale diritto per tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. E questa “ideologia dell’indipendenza nazionale” è stata un potente fattore di progresso. Ma ciò ha generato l’imperialismo capitalista, ingigantito fino alla creazione degli Stati totalitari e alle conseguenti guerre mondiali. Perché la sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi. Dunque “lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi tenuti a servizio, con tutte le facoltà per renderne massima l’efficienza bellica”, con il predominio della volontà dei ceti militari.

Si è affermato inoltre l’eguale diritto di tutti i cittadini alla formazione della volontà dello Stato. Con l’uguaglianza dei diritti politici, i nullatenenti hanno iniziato ad attaccare i ceti privilegiati, i quali non potevano permettere che l’uguaglianza divenisse uguaglianza di fatto. Fu dunque quasi naturale che questi ceti sostenessero l’instaurazione delle dittature, le quali “toglievano le armi legali di mano ai loro avversari”. D’altronde “i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali”. In più, i sindacati sono stati trasformati da “liberi organismi di lotta”, con a capo persone che godevano della fiducia dei lavoratori, in “organi di sorveglianza poliziesca”, dove invece la direzione è affidata a persone scelte dal gruppo governante.

Infine, dall’affermazione del valore dello spirito critico, si sono affermati nuovi dogmi e in più “la storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell’interesse della classe dirigente”. Gli uomini sono stati trasformati da cittadini liberi a servitori dello Stato, non più soggetti di diritto ma disposti secondo un ordine gerarchico. Perché “comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell’umanità in Spartiati e Iloti”.

Ed è per questo che, conclude la prima parte del Manifesto, bisogna seguire quella volontà di liberazione che ovunque si risveglia con l’avanzata degli Alleati.

Compiti del dopoguerra: l’unità europea

Il secondo capitolo, scritto anch’esso da Spinelli, tratta dell’unità europea e delle diverse visioni in merito, da parte dei democratici, dei comunisti, dei reazionari e dei federalisti.

Nel periodo di crisi generale che seguirà la fine della guerra, i ceti privilegiati cercheranno di ricostruire i vecchi organismi statali, con lo scopo di difendersi dalle forze progressiste. Infatti con la fine della guerra e la caduta dei regimi totalitari si aprirà una fase di libertà che favorirà il trionfo delle tendenze democratiche.

I democratici, il cui obiettivo e sogno principale è l’assemblea costituente, sono però dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione. Infatti nelle epoche rivoluzionarie, dove le istituzioni non devono essere amministrate ma create, “la prassi democratica fallisce clamorosamente”. I democratici sono divisi al loro interno, e perciò si sentiranno smarriti, non avendo alle loro spalle un consenso popolare spontaneo, ma solo “un torbido tumultuare di passioni”. Per questo, “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”.

I comunisti invece sono più efficienti dei democratici, ma, poiché essi separano le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie, costituiscono “un elemento settario che indebolisce il tutto”. Il principio della lotta di classe diventa infatti uno strumento di isolamento del proletariato e a tutto ciò si aggiunge la loro assoluta dipendenza dalla Russia.

Le forze reazionarie invece hanno “uomini e quadri abili ed educati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia”. Essi si proclameranno amanti della libertà, della pace, del benessere generale, delle classi più povere. Essi tenteranno la restaurazione dello Stato nazionale, facendo leva sul sentimento patriottico, il “sentimento più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari”. Ciò ha come conseguenza la rinascita delle gelosie nazionali e il ritorno alla forza delle armi.

È per questo che, secondo i federalisti, il primo problema da risolvere è “la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”, la cui soluzione è dunque la Federazione Europa, ovvero gli Stati Uniti d’Europa. Dunque la linea di divisione tra i partiti reazionari e i partiti progressisti sta nella differenza tra chi concepisce come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale e chi vede come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale.



Compiti del dopoguerra: la riforma della società

Il terzo capitolo, scritto in parte da Rossi e in parte da Spinelli, tratta della riforma della società, il cui miglioramento passa dalla creazione di un’Europa libera e unita.

Questa rivoluzione europea dovrà essere socialista, secondo il principio per cui “le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale”. I federalisti avanzano dunque alcune proposte concrete.

Anzitutto, “non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori”. Pertanto, si deve procedere con una nazionalizzazione.

Altre proposte sono una riforma agraria e una riforma industriale, che migliorino le condizioni di chi coltiva la terra e dei lavoratori.

Vengono inoltre presi in considerazione i giovani, che “vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita”, e la scuola pubblica deve permettere la possibilità di studio a tutti, ai più meritevoli, invece che ai più ricchi.

La solidarietà verso le classi più povere non deve manifestarsi con “le forme caritative sempre avvilenti e produttrici degli stessi mali” che si cerca di combattere, ma “con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti” la possibilità di una vita decente, del lavoro e del risparmio.

Dopo aver precedentemente criticato i sindacati, che in periodo fascista sono controllati dal governo, viene ora proposto che i lavoratori debbano tornare ad essere liberi di scegliere i propri fiduciari, i quali avranno il compito di garantire le condizioni collettive dei lavoratori.

A ciò si aggiunge la libertà di culto e la laicità dello Stato e la disintegrazione della “baracca di cartapesta che il fascismo ha costituito con l’ordinamento corporativo”.

Il Manifesto si conclude con l’appello al partito rivoluzionario, che “non deve rappresentare una massa eterogenea di tendenze, riunite solo negativamente e transitoriamente” con l’unico scopo della lotta antifascista, ma deve essere costituito da “uomini che si trovino d’accordo sui principali problemi del futuro”, primo fra tutti la rivoluzione europea. Il partito rivoluzionario dovrà guardare e coinvolgere quei “due gruppi sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di domani”, cioè la classe operaia e i ceti intellettuali. E ha lo scopo di creare una vita libera per tutti i cittadini, i quali possano partecipare alla vita dello Stato, e creare istituzioni politiche libere.

 

BIBLIOGRAFIA

  • S. Graglia, Altiero Spinelli, Bologna, Il Mulino, 2008.
  • Morelli, Altiero Spinelli: il pensiero e l’azione per la federazione europea, Milano, Giuffrè, 2010.
  • Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, Bologna, Il Mulino, 1999.
  • Spinelli e E. Rossi, Il manifesto di Ventotene, prefazione di Eugenio Colorni, Milano, Arnoldo Mondadori, 2006.

SITOGRAFIA

 

 

NOTE

[i] Come riportato in P. S. Graglia (Altiero Spinelli, pag. 18), in ordine di nascita i figli di Maria e Carlo Spinelli sono: Azalea (nata il 2 maggio 1906), Altiero, Veniero (nato il 19 settembre 1909), Anemone (nata il 18 agosto 1912), Cerilo (nato il 31 gennaio 1914), Asteria (nata il 23 maggio 1915), Gigliola (nata il 2 agosto 1917) e infine Fiorella (nata il 17 giugno 1921).

[ii] A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, pag. 141

[iii] P. S. Graglia, Altiero Spinelli, pag. 69

[iv] A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, pagg. 162-163

[v] A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, pag. 164

[vi] A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, pag. 182

[vii] P. S. Graglia, Altiero Spinelli, pag. 113

[viii] P. S. Graglia, Altiero Spinelli, pag. 198

[ix] P. S. Graglia, Altiero Spinelli, pag. 204

[x] P. S. Graglia, Altiero Spinelli, pag. 232

[xi] A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, pag. 311

[xii] Questa e le successive citazioni riportate in questa parte, “Il Manifesto di Ventotene”, sono tratte da A. Spinelli e E. Rossi, Il manifesto di Ventotene



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